Il diritto di scegliere

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… e il dovere della Chiesa e degli (sciasciani) “ominicchi” di star fuori da questioni che non capiscono!!!
Copio dai rispettivi siti e devotamente incollo (come farei sul mio quaderno delle meditazioni) gli articoli di Magris e quello di risposta di Lea Melandri… e lascio la meditazione a chi legge!
Bobbio e l’aborto
di Claudio Magris – Il Corriere della Sera – 19 febbraio 2008

Nel clamore delle polemiche sull’aborto c’è un grande quasi dimenticato: Norberto Bobbio. L’8 maggio del 1981, alla vigilia del referendum, il maestro laico di diritto e libertà — che ha manifestato sempre il più grande rispetto e anzi interesse per la fede, che non ha mai pensato di definirsi con tracotanza ateo ma, per coerenza e appunto per rispetto, ha ritenuto doveroso rinunciare ai funerali religiosi — rilasciò a Giulio Nascimbeni, il carissimo amico scomparso di recente, un’intervista per il Corriere della Sera. In essa, con pacatezza e anzi con disagio («è un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri») ribadiva «il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. E’ lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione del-l’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto ».

Si soffermava sulla «scelta sempre dolorosa fra diritti incompatibili», ribadendo che «il primo, quello del concepito, è fondamentale», in quanto «con l’aborto si dispone di una vita altrui». Affermava la necessità di evitare il concepimento non voluto e non gradito; e concludeva, rispondendo a Nascimbeni: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

Perché, in un momento in cui si cerca non di toccare la legge 194 — cosa che dovrebbe tranquillizzare tutti, perché è essa che consente di abortire, dichiarando peraltro esplicitamente che l’interruzione della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite— bensì di creare una cultura consapevole della realtà dell’aborto, così pochi (tra i quali il Foglio) ricordano Norberto Bobbio e queste sue parole di assoluta chiarezza, molto più difficili da dire allora che non oggi? Forse perché dette in tono pacato, problematico, con l’animo di chi aborre le eccitazioni collettive e le scalmane di piazza, mentre oggi prevale chi le ama e se ne inebria, anche quando si rivolgono contro di lui, ed è felice solo nella ressa dello scontro, nel fumo della battaglia (peraltro poco pericolosa), che invece poco si addice alla ritrosia subalpina di gente come Bobbio o Einaudi?

Le discussioni di oggi sono altamente meritorie, perché aiutano, contro ogni pigrizia e viltà mentale, a guardare in faccia cos’è l’aborto. Visto che nessuno vuole toccare la legge 194, nessuno dovrebbe protestare contro queste discussioni, a meno che non sia un entusiasta dell’aborto. Visto che nessuno vuol toccare la legge 194, non ha senso presentare una lista elettorale che si proponga di andare al Parlamento solo per non fare leggi; per creare e diffondere una cultura dei diritti di ogni individuo, in tutte le fasi della sua vita, il luogo non è il Parlamento, bensì la società, il dibattito, l’agorà.

E’ ciò che sta giustamente accadendo, e non solo per le iniziative di Giuliano Ferrara ma anche e già prima con alcune interessantissime e innovatrici riflessioni di intellettuali e scrittrici femministe — ad esempio Alessandra Di Pietro, Paola Tavella, Anna Bravo o Maria Carminati — le quali, senza rinnegare alcuna loro battaglia, affrontano in modo libero e originale i valori della maternità e della vita. Anche in merito a ciò che spetta al dibattito pubblico e a ciò che spetta al Parlamento, la chiarezza di un Bobbio, con la sua straordinaria arte di distinguere le cose e gli ambiti, sarebbe preziosa ma non è forse gradita. Oppure non si ricordano quelle parole di Bobbio in difesa del concepito perché dà fastidio che sia stato un non-praticante, estraneo o quanto meno esterno alla Chiesa cattolica, a pronunciarle?

Magris, Bobbio e la violenza del pensiero maschile
di Lea Melandri – Liberazione – 20 febbraio 2008
Non ho mai avuto dubbi che, dietro il «tono pacato e problematico» della buona cultura si potessero nascondere «i fumi della battaglia», né che le parole sapientemente miscellate di ragionamenti contraddittori di un intellettuale, potessero colpire più a fondo, e in modo più insidioso, della rabbia che si esprime nello «scontro» e nelle «scalmane di piazza». L’editoriale di Claudio Magris, uscito sul Corriere della sera di ieri su “Bobbio e l’aborto”, fa quasi rimpiangere l’ira scomposta di Giuliano Ferrara, il giustiziere di dio che spera di portare in parlamento un drappello di crociati contro le madri “assassine”. I paladini dei “figli non nati” devono essere davvero a corto di argomenti se sentono il bisogno di aggrapparsi ai “padri nobili” della nazione – il richiamo a Bobbio era già stato fatto tempo fa sul Foglio di Ferrara – se devono ricorrere, per conculcare diritti e libertà delle donne ai grandi “maestri” della democrazia.
Ma è proprio la cordata degli “onesti” pensatori “laici”, atei senza “tracotanza”, “rispettosi della fede” – più ancora che i poco credibili “atei devoti” – a rivelare la misoginia profonda di una cultura maschile che si ripresenta quasi inalterata sia nelle posizioni dei laici che in quella del cattolicesimo più integralista. La “difesa del concepito”, del “diritto a nascere”, così come l’accostamento tra aborto e pena di morte, compaiono già nell’intervista di Bobbio al Corriere della sera del maggio 1981, quindi molto prima che si arrivasse all’art.1 della Legge 40, sulla personalità giuridica dell’embrione, alla campagna sulla “moratoria dell’aborto” di Ferrara, e agli interventi della chiesa sulla Legge 194.
Se la «pacatezza e il disagio» di Bobbio, che mancano a Ferrara, esultante di felicità per la sua “missione”, sembrano all’apparenza dar testimonianza che è possibile, come si augura Magris, «creare una cultura consapevole della realtà dell’aborto», il giudizio che emerge da quella intervista è sotto certi aspetti molto più violento. Violento è, innanzitutto, che gli uomini possano mettersi «a guardare in faccia l’aborto», e non la donna che ne è protagonista, che parlino di un «conflitto di diritti e doveri», quando il vero conflitto, quello che sta monte di ogni legge, è il rapporto di potere tra i sessi. Violento è che si ergano a difesa dei «valori della maternità e della vita», senza dire di quanti stupri, quante maternità non volute, quante morti per aborto o per parto, è stata causa la sessualità maschile, un potere fecondante scambiato per “potenza virile”, un atto d’amore trasformato in prova di forza, di controllo e di dominio. Di «consapevolezza» qui se ne vede ben poca, e di «originalità» ancora meno, se l’annaspare in difesa della vita «non nata» – con la preoccupazione evidente di separare fin dal principio la sorte del figlio dalle decisioni della madre, di garantirsi una nascita fuori dalla pericolosa indistinzione col corpo di lei – è un muoversi tra affermazioni contraddittorie, tra colpi ben assestati e cautele, tra «imperativi categorici» e concessioni alla parte avversa.
Cosa significa che «si può parlare di depenalizzazione dell’aborto» – stando alle parole di Bobbio – o affermare, come fa Magris, che «si cerca di non toccare la 194», e poi aggiungere che di fronte all’aborto «non si può essere moralmente indifferenti», un eufemismo per dire, come poi precisano entrambi, che «il diritto fondamentale è quello del concepito a nascere», che con l’aborto «si dispone di una vita altrui», e che è un «onore» sostenere che «non si deve uccidere»? Ferrara, in modo più esplicito, parla di «omicidio perfetto» e di «assassine». Qui invece il soggetto, al centro di una dotta disputa su «diritti e doveri», è prudentemente taciuto. Che si stia parlando prima di tutto di una donna, e della storia millenaria di violenze che è passata sulla sua “vita-non vita”, perché mai considerata “persona”, ma solo “risorsa” da sfruttare o sogno infantile di paradisi perduti, su un corpo costretto, proprio per la sua capacità biologica di far figli a incarnare per sempre la finitezza del destino naturale degli umani, di questa storia i “maestri” della “città dell’uomo” non parlano.
Non sanno, non vogliono, o sono ottenebrati dal «privilegio» di aver avuto da sempre le donne “per sé”, disponibili tra le mura di casa, attente ai loro bisogni come alla loro felicità.
In una intervista rilasciata qualche anno prima della sua morte, Bobbio, abbandonato il tono solenne del «maestro di diritti e libertà», era di questa dedizione femminile, conforto ai mali e alla solitudine della vecchiaia, che parlava, elogiando le donne della sua famiglia. Tanto fervore da parte maschile sui «valori della maternità» lascia il sospetto, sempre più manifesto, che, a inquietarli fino a una dichiarazione aperta di guerra psicologica e politica, siano la “nascita” delle donne come persone – e non funzioni riproduttive, lavoratrici domestiche senza compenso, “curatrici” di bisogni e affetti – e la libertà con cui stanno svincolando i loro corpi, la loro vita psichica e intellettuale dalle gabbie entro cui sono riuscite, nonostante tutto, a sopravvivere.

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