Il Divo

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Avrei voluto trascrivere integralmente il monologo di Andreotti che Toni Servillo recita nella parte centrale de IL DIVO di Paolo Sorrentino… perché sembra una tirade presa di peso da Botero, Bodin, Sarpi, Boccalini… insomma, uno degli autori secenteschi che teorizzavano intorno alla Ragion di Stato, ergo intorno al comportamento di principi e sudditi. In realtà, potrebbe addirittura sembrare una giustificazione della (azzardo) banalità del male e della sua necessità nel governo di uno Stato. Ciò che Sorrentino dice giustamente (ma nell’intervista rilasciata al “Venerdì di Repubblica”, non certo nel film) è che questo male – per quanto riprovevole in sé – aveva come obiettivo non il bene del Paese, ma il rachitico “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, il miope (guicciardiniano) “particulare“.
Ripropongo solo la frase conclusiva del monologo – che, evidentemente, ha fortemente impressionato il pubblico di bloggers, pur essendo solo (pirandellianamente) la “coda del mostro”, ossia la logica conclusione di un discorso cinico e dalle fondamenta perverse.
La frase in questione recita:
 
«La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. […] Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’io.»

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