I vecchi e i giovani

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Copioeincollo una lettera piuttosto interessante scritta a Galimberti e pubblicata su “D” di “Repubblica” il 4 luglio 2009. Diciamo che mi piace ritornare sull’argomento “gerontocrazia italiana e dintorni”.

LE TRE GENERAZIONI
Se i nonni facessero i nonni e i padri i padri, forse anche i figli potrebbero crescere più in fretta, motivati da un futuro meno incerto e realisticamente praticabile.
Non pensa che i giovani di oggi risentano anche della gelosia di una generazione mai maturata? Mi spiego meglio: la mia generazione (sono una quasi cinquantenne) non accetta più di invecchiare, in realtà non siamo neanche diventati maturi, ci riteniamo ancora ragazzi un po’ in là con gli anni.
Chi le parla è madre di un pre-adolescente e collega di lavoro di molte avvenenti ragazze di vent’anni. Io stessa ho cominciato a lavorare ventenne, e ho avuto la fortuna di incontrare colleghe “mature” che mi hanno amato e incoraggiato, e non mi hanno mai considerato una minaccia professionale o sentimentale. Il loro mondo e il mio erano separati da vent’anni di vita. Se mi guardo dentro con obiettività e osservo intorno a me il mondo dei miei coetanei 45/55enni, vedo scarsa capacità di accogliere i giovani come risorsa di arricchimento personale prima che di un’azienda o di un Paese, e nessuna voglia di lasciare loro spazio in ambito professionale. Infatti i giovani sono certamente convenienti per le aziende, perché accettano contratti precari che determinano un grande risparmio, ma sono sviliti dal loro stesso valore di mercato che invoglia le aziende a investire nominalmente sui giovani, e a relegarli per anni nelle formule di lavoro atipico: un giovane meritevole difficilmente si vede trasformare il co-co-co in contratto a tempo indeterminato, notevolmente più oneroso nella parte contributiva a carico del datore di lavoro. Ma questa realtà economica va a sommarsi alla nostra – di noi veterani – incapacità di accettare l’ineluttabile percorso verso la decadenza fisica, le rughe, i dolori articolari, gli acciacchi, l’età matura, le prospettive future che – finalmente – a cinquant’anni si vanno delineando con chiarezza e che se non fossimo carenti di “vista emotiva” ci mostrerebbero uno scenario realistico del nostro immediato futuro. Noi cinquantenni oggi abbiamo la psiche dei trentenni di ieri, e il corpo di cinquantenni ben conservati. Rincorriamo un nuovo impossibile mito di eterna giovinezza in un mondo che ha cancellato la parola vecchiaia, in quanto offensiva. Sarei felice di leggere cosa ne pensa.
Manuela Fidenzi m.fidenzi@mclink.it
Risponde Umberto Galimberti:
Negli anni Cinquanta e sessanta la nostra popolazione era fatta di padri e figli. I pochi nonni in circolazione facevano i nonni. Oggi, grazie alla medicina e al miglioramento delle condizioni di vita ci sono non due, ma tre generazioni: i settantenni e gli ottantenni che ancora detengono il potere e che hanno come loro interlocutori i sessantenni e i cinquantenni. Esclusa resta quella che ormai possiamo chiamare la terza generazione, ossia i figli dei padri e i nipoti dei nonni, che sono poi i giovani del nostro tempo, che tali vengono considerati anche a trenta e quarant’anni dal mondo della ricerca, delle amministrazioni, del lavoro e del mercato. Questi giovani nessuno li vede, nessuno li chiama in causa, al massimo vengono parcheggiati all’università, negli stage, nel precariato e, per dirla tutta, nell’insignificanza sociale. Per questo i giovani vivono di notte, perché di giorno si sentono superflui.
Se a questo si aggiunge che i padri, metaforicamente intesi come generazione di cinquantenni e sessantenni, temono i giovani, che hanno per natura un potenziale di forza biologica, sessuale e ideativa maggiore dei padri. Se addirittura detti padri fanno a gara per assomigliare, pateticamente, ai giovani, senza peraltro occuparsi seriamente di loro, perché la loro attenzione è rivolta ai “nonni” che ancora detengono il potere, e rispetto ai quali i padri sono divorati dall’ansia di poter loro succedere, viene da chiedersi: che futuro può avere la nostra società?
Il miglioramento delle condizioni di vita e la medicina hanno quindi creato, rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta, una terza generazione, quella dei nonni, a cui non auguro naturalmente di morire, ma semplicemente di congedarsi dalle posizioni di potere per occuparsi di tutto quello di cui non si sono occupati per tutta la vita. Ossia di se stessi e del mondo dei loro affetti, evitando che le forze biologicamente e ideativamente più forti non abbiano a languire nell’inedia e nella mancata procreazione che, a quanto pare, è assolutamente impossibile senza basi economiche e rassicuranti prospettive per il futuro. E questo checché ne dicano i movimenti per la vita, dal momento che la vita non può prescindere dalle condizioni socio-economiche della società in cui si vive. E da noi queste condizioni sono sequestrate dai nonni e dai padri. E i figli che fanno? Aspettano “perché tanto sono giovani”?

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