Quando non si sa cosa dire, sarebbe meglio tacere

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Nazismo, nichilismo e l’ errore di Ratzinger – di Adriano Sofri da "La Repubblica", 11 agosto 2009
 
Vorrei provare a descrivere lo sconcerto col quale ho letto le parole pronunciate da Benedetto XVI domenica nell’Angelus da Castelgandolfo. Mi ha fatto sobbalzare la naturalezza e quasi la distrazione con la quale il Papa ha accostato nazismo e nichilismo: «I lager nazisti, simboli estremi del male, come il nichilismo contemporaneo…».
Io non sono filosofo, e tanto meno teologo, ma l’uso ordinario e non specialistico che si fa, e il Papa stesso fa, di termini come nichilismo, autorizza chiunque a pensarci e replicare. Che «il nichilismo contemporaneo» costituisca una unica e organica categoria, mi sembra una convinzione avventata. Che all’ingrosso questa categoria vada assimilata al nazismo mi sembra un’enormità, che lungi dall’indicare e svelare il male nichilista riduce e offusca l’orrore nazista. Nazismo – il nazismo arrivato in fondo alla sua strada, il nazismo che ha compiuto l’opera di Auschwitz, che è quello evocato dal Papa – è un nome che merita di essere maneggiato con attenzione, se non altro perché nominarlo dovrebbe bastare a combatterlo con ogni mezzo. Con ogni mezzo, e non solo con l’amore. «Solo con l’amore», si potrà obiettare, è un’espressione mediocre, che vuole a sua volta ridurre la forza sublime dell’amore. E tuttavia si può e si deve dire, che «solo l’amore» non avrebbe potuto prevenire e arrestare e castigare Auschwitz. Nel linguaggio ordinario di cui dicevo, nichilismo e relativismo e individualismo sono diventati sinonimi e disinvoltamente sciorinati, da soli o in serie. Viene così accantonata la distinzione, che pure si trovò nelle parole del Papa come in quelle di chiunque tenga testa a posto e piedi per terra, con una misura di relatività che è indispensabile all’intelligenza delle cose (Ratzinger impiegò la formula paradossale di «assolutismo relativista») – e una misura di individualismo che è indispensabile alla libertà.
Abbiamo dovuto ricordare in questi giorni Giovanni Jervis, oppositore di una vita delle esuberanze dogmatiche e volontariste (in particolare dell’«antipsichiatria», e della stessa fase più «antipsichiatrica» del suo amico Basaglia), e autore nel 2005 di un libro esplicitamente intitolato «Contro il relativismo». Non occorrerà segnalare la differenza fra Jervis e Ratzinger. Il più strenuo avversario delle avventure antirealiste e soggettiviste della cultura del Novecento fu Sebastiano Timpanaro, assertore rigoroso del materialismo ateo e leopardiano. Il Papa ribadisce la sua convinzione che l’ umanesimo «ateo» (che peraltro sembra far concidere con l’umanesimo «non cristiano») sia inevitabilmente destinato all’arbitrio, all’ autopromozione dell’ uomo a Dio – e in fin dei conti, in un corto circuito che è il suo, al nazismo (o allo stalinismo, e insomma allo sterminio e al suicidio dell’umanità).
Convinzione decisamente forte e, a volerne prendere in parola le conseguenze, tale da inibire la sopravvivenza della società umana fin nei suoi più elementari rapporti quotidiani: quelli fra me e te, per intenderci. Si può confidare nella libertà personale senza trasformarla in arbitrio e senza innalzarsi all’ onnipotenza di un Dio onnipotente, si può vivere in società sforzandosi di amare il prossimo senza violare la misura, si può riconoscere la tracotanza, la hybris, senza fare di Dio o degli dèi i titolari offesi della legge. La storia, dite, ha mostrato a quali infamie e quali orrori possa condurre l’«umanesimo ateo»? Certo: come ha mostrato a quali abbia potuto condurre il fanatismo della fede, il mettere Dio alla propria testa, e anche il Dio cristiano. La Chiesa cattolica non ha il monopolio della conoscenza (e tanto meno della pratica) del bene, così come non ne è esclusa. La strada è difficile, per ciascuno. La fede religiosa non può essere una compagnia di assicurazioni, né pubblica né privata. Ancora nel breve indirizzo di Castelgandolfo, il Papa ha detto dell’ antitesi fra umanesimo ateo e umanesimo cristiano, che «attraversa tutta la storia». La limitazione a quei due «umanesimi» non può significare un’ignoranza o una dimenticanza di tanti altri modi di pensare e sentire ed esistere: umanesimi panteisti o pagani, buddhisti o ebraici, musulmani o agnostici. Sarebbe troppo grossa. E del resto il discorso papale era riferito ai santi e al loro esempio, e in particolare al loro esempio di martiri, e dunque ha messo al centro le figure di Teresa Benedetta della Croce, il nome cristiano dell’ebrea convertita Edith Stein, e di padre Massimiliano Kolbe. Per un non credente – io, per fare l’esempio più a portata di mano – Edith Stein e padre Kolbe sono figure meravigliose, proprio come altre, di ebrei ed ebree non convertiti, e di altre persone, magari non credenti, e magari atei, che vissero e morirono ad Auschwitz, e non furono solo vittime, furono testimoni dell’umanità calpestata.

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