Una carenza di ormoni critici

Standard
Sebbene non sempre condivida le idee di Berardinelli (mi riesce difficile digerire che un critico possa collaborare al "Foglio" di Ferrara..!), riporto questo trafiletto pubblicato sul "Sole 24 Ore – Domenica" del 17 gennaio 2010, trafiletto che tempo fa avevo postato altrove. Mi pare che fornisca spunti di riflessione interessanti per chiunque si occupi di produzioni creative.

Uno degli equivoci più diffusi sulla nozione di cultura è che sia di per sé un valore garantito.
E’ invece un valore da riconoscere come tale, un valore prodotto da nostre valutazioni circostanziate e consapevoli.
Questa precisazione è tanto più necessaria quando la massa dei prodotti culturali diventa una minaccia per la cultura, quando i peggiori nemici dei libri sono i libri, quando le istituzioni e le tecnologie della comunicazione e del mercato tendono a neutralizzare e vanificare gli effetti possibili della migliore inventività attuale della stessa tradizione.
Ciò che troviamo e ci viene offerto in una mostra, in una libreria, in un concerto, non è cultura se non quando pronunciamo un giudizio compiendo delle scelte. Non c’è cultura se non c’è critica. Nei casi in cui la capacità valutativa si indebolisce oltre un certo limite, la cultura si trasforma in un puro settore merceologico o in un ambito della burocrazia statale.
La cultura reale non coincide con la cultura nominale, come un titolo di studio non garantisce di per sé il possesso di una competenza. Non tutti i libri che si autodefiniscono romanzi possiamo crederli romanzi. Non chiunque si presenta come poeta lo è per davvero. Per questo la lettura è un atto anarchico e fondativo, un atto di sovranità e responsabilità culturale che impegna individualmente.
Il punto di maggiore debolezza nella cultura occidentale negli ultimi due o tre decenni è il declino della critica, sia letteraria e artistica, che culturale e politica in senso lato. Negli anni Sessanta e Settanta si arrivò a una saturazione paralizzante del linguaggio critico e teorico: la critica della società e della cultura, dalla Kritische Theorie dei Francofortesi a Barthes, Foucault, Derrida, ebbe l’effetto di inibire e soppiantare la produzione letteraria o di estremizzarne avanguardisticamente il linguaggio, rendendolo autoreferenziale e depurandolo da ogni funzione comunicativa.
Oggi di creatività letteraria e artistica ce n’è fin troppa, ma pochi sono i critici che osano giudicarla. Solo giudice è il mercato. Fare arte appare più come un diritto aprioristico degli autori che un valore da riconoscersi a posteriori.
Negli anni Sessanta ci furono scrittori noti e apprezzati che rinunciarono a pubblicare romanzi e poesie. Oggi tutti scrivono. Il romanzo è diventato un genere editoriale, la poesia non viene letta ma solo scritta, e i recensori si limitano a registrarne l’esistenza come un dato di fatto sul quale sarebbe inopportuno esprimere valutazioni.
Così, la carenza di "ormoni critici" rende obeso il corpo della nostra cultura.
Questo accade non solo in letteratura, ma anche in filosofia. I filosofi hanno imparato a non disturbarsi fra loro, a non discutere i libri dei colleghi, evitando sgradevoli e faticose contrapposizioni polemiche. Attualmente un vero dibattito filosofico in Italia non esiste. Esistono piuttosto i festival filosofici: e perfino i festival della Spiritualità. Una cattiva teologia, mescolata con il linguaggio dell’ontologia, ha trasformato molti filosofi in teologi dell’Essere e in eruditi che sostituiscono le argomentazioni con le citazioni.
Intanto, con l’aiuto di Eco, la cultura di massa ha intimidito e conquistato la cultura di élite. Ma la stessa cultura universitaria non è che un ramo della cultura di massa. Non sono pochi i professori che sognano di diventare narratori di successo. Del resto le élite culturali italiane sono demoralizzate dalla propria scarsa o nulla rilevanza internazionale. Da almeno mezzo secolo le innovazioni, le svolte, le tendenze arrivano da fuori (prima da Francia e Germania, poi dagli Stati Uniti) e noi le rincorriamo, le metabolizziamo senza discuterle.
Un Paese che sente di non avere neppure al proprio interno una vera sovranità culturale è del tutto naturale che rinunci alla critica.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...