Celebriamo…

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… il mio ritorno su Facebook al termine di una sorta di quaresima laica.
Riflettevo sul fatto che, durante quella lontananza, mi sono dedicata
molto più a questo blog: l’urgenza espressiva rimane e si ramifica.
Il social network ti avvicina agli altri e ti allontana da te. Ti rende
tutto preoccupato di conoscere le (dis)avventure dei tuoi contatti – dal pescivendolo sotto casa al politico che dici di votare, dal tuo attore preferito al compagno di classe che vent’anni fa sognavi di abbattere a colpi di kalashnikov – di esprimere pareri, di diffondere notizie (anche qui, a vario livello), di effondere complimenti e sentimentalismi. Senza contare che devo convenire – mado’, comincio a fare vecchia – con chi rimarca la costante velleità di esprimere pareri nell’era 2.0: le distanze di tempo, spazio e gerarchia (sociale, culturale, valoriale) diventano insignificanti e chiunque può dare del cretino o del genio a chiunque altro, per il mero fatto di aver goduto
di una scintilla neuronale.
Ma propriamente tu dove sei? Chi sei?
Il blog, in quanto diario a cielo aperto (dunque un anti-diario, o un
semi-diario: è forse questa ineradicata convinzione che mi induce ad usare qui parole di altri più che mie), ti costringe ad andare oltre un meccanico clic sul tasto "mi piace" per mostrare sintonia di gusti o intenti. Devi mettere quattro parole in croce e dirlo. Senza contare che FB mi ispira periodicamente il terrore di – come cantavano i Linea 77 in Il mostro – "mille amici su MySpace e un’altra cena in
solitaria".
La domanda è: come mi comporterò ora? La risposta non è chiara.
Come periodicamente mi succede, sono salita su una collinetta per voltarmi indietro e tentare di definire – io miope – i contorni di quel
mondo a macchie impressioniste che è il tempo trascorso.
Per oggi, riecheggio di Subsonica che urlano, in Corpo a corpo:
Stanco di vedere le parole che muoiono
Stanco di vedere che le cose non cambiano
Stanco di dover restare all’erta ancora
Respirare l’aria come lama alla gola…
 
Assorbo l’odore di legno bagnato che emana dal mio anello berlinese e mi sforzo di sorridere.

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