L’enfer, c’est les autres

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È che ci sono dei dischi che portano sfiga. Zero dei Bluvertigo e La quinta stagione di Cristina Donà, per esempio.

È che ogni verginità si perde con la persona sbagliata.
[eppure, dopo, mai niente eguaglia quella prima volta.]

È che in inglese motivo si dice reason e movente motive. Dunque, ogni motivo ha del criminoso e ogni causa ha del razionale.

È che per me ogni atto linguistico è illocutorio: nel parlare io faccio. Sempre.

È che, secondo Primo Levi, l’inferno è «una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti».

È che, secondo me, «l’inferno sono gli altri». Anche quella è una stanza vuota – non per nulla l’opera di Sartre si intitola Huis clos – ma in più c’è la claustrofobia dell’occhio altrui che ti segue ti soppesa ti marchia addosso il giudizio. A volte è soffocante, a volte invece (paradossalmente?) è tranquillizzante, perché rientri nell’aspettativa e dunque guadagni accettazione, gratificazione.

È che da ieri cammino con in testa Buon appetito di Dente e niente, nemmeno il fiorire del mio mese, mi distoglie da quella cantilena.

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