Ai miei coetanei (mese più, mese meno)

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Avrei dovuto scriverlo io, l’incipit de Il trentesimo anno (1961) di Ingeborg Bachmann. Mi sono identificata nello sgomento di “diventare grandi” – ossia capire improvvisamente e definitivamente che non si è più “in potenza” ma si deve diventare “atto”. Che non posso più dire di voler essere un’astronauta/veterinaria/giornalista/ballerina e tutte le altre professioni che si citano da bambini… ma che devo fare qualcosa per diventare ciò che voglio. Il che non implica – mi sembra – perdere l’entusiasmo o gli stimoli:

«Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane. Ma lui, benché non riesca a scoprire in se stesso alcun mutamento, non ne è più così sicuro: gli sembra di non avere più diritto a farsi passare per giovane. E la mattina di un giorno che poi scorderà si sveglia e, tutt’a un tratto, rimane lì steso senza riuscire ad alzarsi, colpito dai raggi di una luce crudele e sprovvisto di ogni arma e di ogni coraggio per affrontare il nuovo giorno. Non appena chiude gli occhi per proteggersi, si sente andar giù e precipita in un deliquio in cui trascina con sé ogni istante vissuto. Continua a sprofondare e il suo grido non ha suono (privato anche del grido, di tutto privato!) e precipita in una voragine senza fondo finché non perde i sensi, finché non si è dissolto, spento e annientato tutto ciò ch’egli credeva d’essere. Quando riprende conoscenza e tremando ritorna in sé, quando riacquista forma e ridiventa una persona che ha fretta d’alzarsi e uscire alla luce del giorno, allora scopre dentro di sé una nuova meravigliosa facoltà. La facoltà di ricordare. Non gli capita più, come sino a quel momento, di ricordare questo o quello quando meno se l’aspetta o perché lo desideri, ma è piuttosto una necessità dolorosa quella che lo costringe a ricordare tutti i suoi anni, quelli lievi e quelli travagliati, e tutti i luoghi dove in quegli anni aveva abitato. Getta la rete della memoria, la getta attorno a sé e tira su se stesso predatore e insieme preda, oltre la soglia del tempo, oltre la soglia del luogo, per capire chi egli sia stato e chi sia diventato.
«Perché prima di allora aveva semplicemente vissuto alla giornata, ogni giorno tentato qualcosa di nuovo, senza ombra di malizia. S’immaginava di avere innumerevoli possibilità e credeva, per esempio, di poter diventare qualsiasi cosa […].
In ogni occasione aveva detto di sì, a un’amicizia, a un amore, a una proposta, ogni volta per prova, su richiesta. Il mondo intero gli pareva revocabile, lui stesso revocabile.
«Mai, neanche per un attimo, aveva temuto che il sipario potesse alzarsi come ora sul suo trentesimo anno, che toccasse a lui pronunciare la battuta, che un giorno avrebbe dovuto dimostrare ciò che realmente era capace di pensare e di fare, e confessare di che cosa gli importasse davvero. Non aveva mai pensato che di mille e una possibilità forse già mille erano ormai sfumate e perdute – oppure che sarebbe stato costretto a perderle perché una sola era la sua.
«Mai aveva riflettuto…
«Mai di nulla aveva avuto paura.
«Ora sa che anche lui è in trappola.
«È un giugno piovoso quello con cui ha inizio questo nuovo anno. Un tempo era stato innamorato di questo mese nel quale è nato, innamorato della prima estate, della sua costellazione, della promessa di calore e dei buoni influssi di astri favorevoli.
«Ora non è più innamorato della sua stella.»

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