Urlo

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Non ho mai amato i movimenti letterari degli anni 1950-60: né i britannici Angry Young Men, né i neorealisti italiani, né tantomeno la Beat Generation di pivaniana memoria. E dunque, che io sia andata a vedere Urlo (regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, 2010) stupisce me per prima.
Mi era capitato, pochi mesi fa, di leggere il primo movimento del poema di Allen Ginsberg in un’antologia dal titolo I disobbedienti: certo, rimasi colpita dai neologismi, ma li reputai poco più che sperimentazioni lessicali fini a se stesse – il mio invariabile sopracciglio arcuato da secentista deriva da un’introiezione totale, persino disperata, nient’affatto snobistica, del Tout est dit di La Bruyère.
Poi, buio in sala. Poi, le labbra di James Franco sempre in movimento durante la presunta intervista, a dare una piega persino tenera e goffa a un poeta capace di locuzioni estremamente esplicite, di disperazioni profonde (ho scoperto la fascinazione per una sezione del poema che non conoscevo, quella dell’invocazione/rimozione di Moloch), di scopiazzature artistiche da Whitman (che a sua volta importa e volgarizza Baudelaire a misura degli intelletti nordamericani. Là, l’ho detta). Poi, la recitazione non verbale dell’attore che interpreta Ferlinghetti (di cui riporto una poesia, più giù). Poi, l’immaginario cimiterotico degli inserti di animazione nel film. Poi, esco dalla sala con un gran mal di testa… ma entusiasta. E un po’ più triste. Succede.

Lawrence Ferlinghetti, In Goya’s greatest scenes we seem to see…, from Coney Island of the Mind (1958).

In Goya’s greatest scenes we seem to see
the people of the world
exactly at the moment when
they first attained the title of
‘suffering humanity’
They writhe upon the page
in a veritable rage
of adversity
Heaped up
groaning with babies and bayonets
under cement skies
in an abstract landscape of blasted trees
bent statues bats wings and beaks
slippery gibbets
cadavers and carnivorous cocks
and all the final hollering monsters
of the
‘imagination of disaster’
they are so bloody real
it is as if they really still existed
And they do
Only the landscape is changed
They still are ranged along the roads
plagued by legionnaires
false windmills and demented roosters
They are the same people
only further from home
on freeways fifty lanes wide
on a concrete continent
spaced with bland billboards
illustrating imbecile illusions of happiness
The scene shows fewer tumbrils
but more strung-out citizens
in painted cars
and they have strange license plates
and engines
that devour America.

»

  1. Mi hai distrutto un mito: nella fase dell’adolescenza adoravo tutto ciò che fosse beat (nonostante la pivano)ed avrò letto on the road due – tre volte. Più che altro perché da ragazzino vorresti bighellonare spensieratamente come i protagonisti del romanzo e fare tardi in locali fumosi ascoltando la chitarra nervosa di un jazzista strafatto.

    • Grazie per il commento, Giacomo!
      Ma veramente io non ho avuto questo mito neanche durante l’adolescenza – periodo durante il quale ero molto più cerebrale, persino più di ora!

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