Cose che non vanno più di moda

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Così si intitola la rubrica che il giornalista Giacomo Papi tiene settimanalmente su “D – La Repubblica delle donne”. Il numero dello scorso 11 settembre contiene questo apologo che mi pare molto, molto significativo (si può leggere anche in questa URL: http://dweb.repubblica.it/dweb/2010/09/11/rubriche/rubriche/044kin71044.html).

– Questo re –
Volle farsi imperatore, e non riuscì a fermarsi, e si perse la meraviglia dell’ultimo spettacolo.

C’era una volta un re che aveva capito che crescere è il contrario di morire. Perciò era diventato re. C’era riuscito sorridendo, vendendo, imbrogliando, convincendo, conquistando, donando, corrompendo e pagando, pagando tanto tutti al punto da non sapere più chi né quanti fossero.
Poi, quando fu re, volle essere imperatore perché solo se ci si espande non si marcisce. Riuscì nell’impresa sorridendo, vendendo, imbrogliando, convincendo, conquistando, donando, corrompendo e pagando, pagando tanto tutti, al punto da non sapere più chi né quanti fossero. Al punto da pagare anche i nemici.
I suoi possedimenti oltrepassavano l’orizzonte, incastrandosi e scontrandosi tra loro, e non bastavano le leggi che i suoi mille consiglieri inventavano di notte perché le sue attività si rafforzassero a vicenda invece di entrare in collisione, e si producesse armonia invece di conflitto. Ingrandendosi l’Impero, si allargava anche la folla di stipendiati, creditori, ricattatori. Ingrandendosi l’Impero, si moltiplicavano le falle da tappare, le liti da dirimere, le richieste da soddisfare. Ingrandendosi l’Impero, i suoi mille consiglieri furono obbligati a dedicarsi, invece che all’intero, a parziali e provvisori interventi di correzione e rinvio. Ingrandendosi l’Impero finì per sovrapporsi all’universo.
I suoi alleati si ribellavano, pretendevano, minacciavano, le mogli chiedevano, i figli litigavano, i servi erano diventati vassalli, i
vassalli erano diventati re e regnavano incontrastati sui regni che lui gli aveva ceduto. Tutti si pugnalavano nell’ombra, preparandosi alla sua fine, disgustati e divertiti dallo spettacolo del vecchio imperatore che continuava a dibattersi, ma rimaneva in vita soltanto perché la sua sopravvivenza garantiva ormai quella del mondo. Il popolo lo applaudiva, lo toccava e lo acclamava ancora perché sentiva che senza di lui sarebbero state travolte le sicurezze di ognuno. Era diventato il sole moribondo e anacronistico intorno a cui ruotava la realtà e andava in scena lo spettacolo. I suoi cento palazzi scricchiolavano a turno, ma molti non li aveva neppure visitati.
Soltanto gli oppositori, ormai ridotti a pittoreschi orpelli nel paesaggio del suo immenso potere, lo rassicuravano, nel loro inutile abbaiare, sulla solidità della sua presa. Lo accusavano di farsi le leggi per sé, ed era vero, ma accadeva anche perché tutto era suo. Le emergenze erano ovunque, la marcescenza lo assediava, ma l’imperatore correva, anche se non sorrideva più, fedele all’intuizione che lo aveva reso ricco, re e imperatore. Ingrandirsi. Crescere. Espandersi.
Se soltanto fosse riuscito a fermarsi a guardare l’Impero, si sarebbe domandato: “E allora?”. Se soltanto fosse riuscito a fermarsi, avrebbe capito che c’è un punto oltre il quale la vastità del possesso coincide con il nulla. Che c’è un punto oltre il quale gli imperi si sovrappongono al mondo e, quindi, ritornano al mondo, perché nessuno può più controllarli.
Scrisse il pensatore anarchico Gafyn Llawgoch, osservando da Cardiff l’avanzata di Hitler in Europa: “Anche gli imperi sono schiavi dell’entropia. La sabbia dei deserti, le radici delle foreste, l’acqua degli oceani, presto sommergeranno tutto di nuovo. E allora si potrà ricominciare”. Se soltanto fosse riuscito a fermarsi, l’imperatore avrebbe visto il lento, paziente, meraviglioso spettacolo shakespeariano della decomposizione. E avrebbe compreso che lo sconfinato potere che aveva accumulato era solo l’organismo di un grande animale morente. E forse sarebbe tornato a sorridere.

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