After all is said and done

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Oggi pomeriggio ad Avetrana ci sarà il funerale di Sarah Scazzi. Solita bara bianca, solito applauso al passaggio, solite lacrime a favore di inquadratura. E però.

Il mio orecchio è assordato dalle note stonate, più che dalla sinfonia pietistica che in questi giorni è diventata maggioritaria. Un blog socialmente schierato come Femminismo a sud l’ha qualificato come l’ennesimo “femminicidio”: definizione che centra in pieno la barbarie del gesto. Ma, in fondo, a noi Italiani il crimine passionale piace: ci fa sentire ‘latini’, ‘calienti’, persone spinte dal sentimento che obnubila la ragione. In più, è una strada comoda per dare la colpa alla vittima: la scollatura più profonda, la gonna più corta, il trucco più appariscente… beh, se l’è cercata! E così – forse – si spiega il grumo di omertà e mezze verità di un posto in cui tutti sanno tutto di tutti gli altri, per cui non è possibile credere a chi cade dalle nuvole e piange in telecamera e ai microfoni reclama vendette che, di fatto, non vuole.

Eppure, la nota stonata batte ancora: dev’essere nel comportamento di certe fasce di popolazione, assorbite dai lustrini massmediatici al punto da non cogliere la differenza tra realtà e finzione. Adolescenti o post-adolescenti (ossia trentenni: verifico ogni giorno come l’adolescenza si protragga ormai fino ai 30, a volte anche 35 anni) abbagliati dal sogno di diventare qualcuno, di andare via dal paesello, incontro ad un avvenire luminoso cioè televisivo – e disposte ad abdicare tutto (il corpo, gli affetti, l’indipendenza di giudizio, la dignità) per raggiungerlo. Ma senza la necessaria lucidità, senza il cinismo indispensabile per non diventare preda di squali più o meno affamati.

E l’ultimo rintocco fuori luogo è quel programma televisivo. Ma sì, diamo tutti addosso a Federica Sciarelli, ci fa scomodo: svuota la coscienza come una vescica – ma “Chi l’ha visto?” siamo tutti noi. Se questa trasmissione “di servizio” dura da 20 anni, probabilmente il motivo risiede nel fatto che c’è un pubblico che, ogni settimana, la sceglie. Ci sono persone (in cui non sono vivaddio inclusa, avendo sempre nutrito uno spontaneo rigetto) che amano seguire le sofferenze degli altri, vedere visi stravolti, sentire voci che si rompono – più o meno ad arte – quando la notizia arriva. Lo spettacolo della crudeltà dura sin dai tempi delle lotte negli anfiteatri romani: all’essere umano piace veder soffrire perché esorcizza e distanzia da sé la sofferenza; ma almeno i Romani non avevano l’ipocrisia di celarlo a se stessi.

Consiglierei l’ascolto di una canzone dei Subsonica, Gente tranquilla, pubblicata nell’album del 2001 Amorematico: fu scritta sotto l’onda dello shock dell’omicidio di Novi Ligure, quando Erika e Omar ci fecero orrore perché sembravano usciti da un film americano sui serial killer. E però nessuno mancò l’intervista ai vicini, al padre, ai parenti, agli insegnanti. L’ho detto: ci piace.

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