Gli anni ’70

Standard

Una lettrice di aNobii, settimane addietro, scriveva in un forum che secondo lei il passaggio dall’impegno degli anni ’70 alla – per così dire – controrivoluzione degli anni ’80 e in giù sino a noi risale a una lettera al “manifesto” di una ragazza che diceva più o meno “non se ne può più dell’impegno, delle rinunce etiche in nome della causa, del personale è politico: voglio una vita normale, mi voglio rilassare”, e poi la frase fatidica “voglio il cazzo di Renzo Arbore”. Posto che non riesco a immaginarmi renzoarboredagiovane (pur avendo visto filmati in cui lo sembrava), e che quindi la frase in sé e per sé della lettrice mi fa chiudere lo stomaco… sono frastornata dalla sovrapposizione tra impegno e sacrificio, tra rilassamento e fancazzismo.

Diciamo che è l’idealità che invidio a quell’epoca e a coloro che avevano circa 25 anni negli anni ’70. Persone che, contemporaneamente, mi fanno incazzare perché non sono andate in fondo a ciò che professavano e hanno finito per realizzare un semplice ricambio generazionale alle leve del potere.

E’ un problema che mi pongo da un po’. Quando intraprendo questo genere di discussione coi miei o con il mio prof o insomma con persone che hanno intorno ai 60 anni, inizio curiosa e finisco incazzata, perché mi sembra che molti abbiano cavalcato la tigre del comunismo per farsi i fattacci loro. Io non capisco questo: come mai in un’ideologia per definizione comunitaria si è cercato l’individualismo? Quale tarlo ha roso l’orizzonte comune dell’ideale? E’ questo che a me sfugge. L’unica risposta che so darmi è: perché l’80% di coloro che aderivano a quella visione non lo facevano sinceramente. Avevano intuito che con la tessera di quel partito in tasca si poteva far carriera, e se la procuravano, e andavano alle manifestazioni, e ai dibattiti, e alle autocritiche. Conosco un buon numero di persone che hanno fatto carriera universitaria grazie alla tessera del PC, salvo poi diventare berlusconiani. Potrei menzionare a livello nazionale Ferrara, Bondi, Brunetta… ma mi riferisco a quelli che conosco di persona e che guardo nelle palle degli occhi quando mi dicono che Berlusconi, ah, lui sì che ha una visione. In troppi hanno svilito un’ideologia che aveva delle potenzialità sociali, per non dire umanitarie. E per far cosa? Milano 2. Per far cosa? Tornare a essere più donne-oggetto ora di quanto non fossimo mai state. Per far cosa? Il nostro piccolo calcolo, il nostro ‘particulare’, la carriera mia e dei miei figli.
E’ questo che non capisco. Che mi rifiuto di capire.

Ok, nella vita si cambia e si cambiano i pareri, la coerenza può essere ottusità (e già a me, ‘sta cosa, non è che mi convinca proprio. Ma andiamo avanti). Ma come puoi passare da un’ideologia “di classe” a una anti-ideologia individualistica? Dalla condivisione all’accentramento dei beni? Dall’autonomia di giudizio e di gestione del corpo alla schiavizzazione intellettuale e sessuale? Vuol dire che non ci credevi. O, peggio, che non capivi fino in fondo gli slogan, che recitavi perché faceva figo.

Negli anni 90 io ero adolescente: non capivo un tubo di politica, ma ero entusiasta. Lo “yes we can” descrive molto meglio quel decennio (per come l’ho vissuto io, anche se i miei hanno affrontato serie difficoltà lavorative) che non quello che sta finendo ora. Tangentopoli, Seconda Repubblica: potevamo (potevate) cambiare ma non s’è fatto.

E d’altro canto, la mia generazione che fa? Come dice un cantautore più o meno mio coetaneo: “che cosa racconteremo di questi cazzo di anni Zero“? Attorno a me, negli altri, vedo disgusto e disimpegno. Vedo il “vabbe’, che devo fare per raggiungere quell’obiettivo? Questo? Ok, lo faccio”, senza nessun tipo di filtro di dignità etica o politica.

Un po’ come ha scritto Galimberti nella posta del 9 ottobre 2010 su “D – La Repubblica delle donne”: “Oggi, dopo aver rinunciato a essere noi stessi, siamo diventati delle pure e semplici risposte agli altri. Non per altruismo, intendiamoci, ma per venderci meglio, così come il venditore intercetta i bisogni e i desideri del possibile acquirente per vendere la sua merce. Il processo di progressiva mercificazione ci ha portato a mercificare anche noi stessi. E se lasciamo ai bordi della società chi mercifica il proprio corpo, poniamo al centro chi mercifica per intero se stesso, pur di acquisire quella posizione di potere e di denaro che gli consente di guardare dall’altro i propri simili, senza poter più riconoscere i lineamenti del proprio volto, così contraffatto da renderlo a se stesso irriconoscibile. […] Al criterio del “permesso e proibito” con cui l’umanità ha regolato se stessa a partire dalle tribù primitive con i loro totem e i loro tabù, si è sostituito il criterio del “possibile e impossibile”, dove per raggiungere l’impossibile, in termini di efficienza, produttività, funzionalità, performance spinte, non si rifiuta il ricorso agli psicofarmaci o alla cocaina. Questa nuova morale […], dove non ci si chiede più se mi è consentito compiere quest’azione, ma se sono in grado di compiere quest’azione, crea stati d’ansia, di stress, e alla fine di depressione determinati non, come un tempo, da sensi di colpa, ma da un senso di insufficienza”.

 

EDIT dell’8 settembre 2014: Una risposta alle domande che mi ponevo nella prima parte di questo articolo forse trovano risposta in questo post di Roberto Cotroneo.

»

  1. Argomento interessante quanto spinoso.

    Posto che per alcuni l’mpegno non sia stato ‘sincero’, moltissimi altri hanno dovuto fare i conti con il fatto che quell’impegno poteva trasformarsi in una pesantissima cappa ideologica che finiva per avere un inaccettabile controllo non solo sulle idee ma anche sulla vita personale, valutata in termini di adesione ad una ortodossia persino nell’abbigliamento. Inoltre, ed è la parte dolorosa, si è dovuto ammettere che quell’impegno produceva una contrapposizione che da un lato si prestava ad essere manipolata (si parlava di stragi si stato) e dall’altro costituiva effettivamente il brodo di coltura di un’esperienza -il terrorismo delle BR e dei Nap che forse è difficile adesso comprendere quanto facesse parte della vita quotidiana di tutti. Anche della mia: nella mia gioivnezza normale ho fatto in tempo ad avere un mitra puntato sulla schiena, a condividere con un carabiniere giovanissimo il terrore e a passare serate con gente morta qualche giorno dopo in rapine di autofinanziamento. In questo paese l-che non è MAI stato unito-la stagione dll’impegno è stataanche quella di una guerra civile non dichiarata.

    • Grazie davvero per il tuo commento, Capobanda. Mi aiuta a capire aspetti della vita sociale che non conosco e che non posso desumere se non dai racconti.
      D’altro canto, però, la mia perplessità resta sempre la stessa: come si è arrivati al punto in cui siamo? La corruzione del CAF da dov’è uscita? E come, da quella situazione, siamo arrivati a questa, fatta di disimpegno nel senso di cinica disillusione?

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...