Il paternalismo di Urano

Standard

Torno spesso, in questo blog, sulla dicotomia o diatriba o idiosincrasia giovani-vecchi. Evidentemente, questo ha radici personali: sono nel mezzo del cammin di nostra vita, sono in grado di ritenere parole-chiave del mio 2010 (secondo il ‘gioco‘ promosso dal «Corriere della Sera») lemmi come ‘responsabilità’, ‘professionalità’, insieme alle più intime ‘delusione’ e ‘fiducia’.
Ci sono, poi, radici personali di altro ordine: semplicemente, io non sto bene in questo Paese. La mignottocrazia mi avvilisce, lo sperpero di idealità mi sgomenta, l’apatia del «tutti rubano alla stessa maniera» mi irrita.
Trovo, dunque, molto rispondente alla mia rabbia sordomuta l’articolo di Nicola Lagioia pubblicato sul «Sole 24 Ore» di domenica 12 dicembre 2010. Solo, ancora una volta, rilevo l’incongruità tra le sue osservazioni – acute, cogenti – e la sua età: Lagioia parla come un 25enne (o parla per un 25enne?) ma si avvicina ai 40. Ecco, il punto è questo: siamo adolescentizzati ad libitum. Dolosamente, si capisce.

L’ombra di Urano frena il dialogo

Il mese scorso, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino onirico (ho l’impressione che una classe dirigente formatasi in tempi di fantasia al potere soffra oggi di un grave deficit immaginativo rispetto alla sostanza di cui sono fatti i sogni che popolano stabilmente le notti di un precario). E tuttavia, se nei palazzi dell’economia e della politica per tastare il polso alla realtà c’è bisogno delle cifre, le quali spesso arrivano quando il danno è compiuto – i dati del Fmi elaborati da «El Pais» ci hanno recentemente collocati al penultimo posto nel mondo per crescita decennale –, questo succede anche perché i più danneggiati dal guasto che ora si muove verso le fasce alte delle dichiarazioni Irpef hanno pochissime occasioni per farsi ascoltare. Senza lavoro, senza figli, senza voce: il protagonismo di almeno due generazioni di italiani si è polverizzato in questo modo all’alba del XXI secolo.
Sull’Italia come teatro del ricambio generazionale più lento d’Europa si discute da tempo senza risultati, e ora un libro di Pier Luigi Celli (ex dg della Rai, ex direttore delle risorse umane di Omnitel, Olivetti, Eni, Enel, attuale direttore generale della Luiss) si propone di rilanciare il dibattito attraverso un’ammissione di colpa. Il libro si intitola La generazione tradita, e parte dal presupposto che l’Italia degli over 50 abbia trascurato quello che forse è il primo dovere di un buon padre di famiglia: passare ai figli il testimone in modo responsabile.
Dirò subito che – a lettura ultimata –, questo tentativo di raccontare il tradimento di una generazione ad opera delle precedente con l’intenzione dichiarata di porvi riparo, certifica in realtà la propensione di una classe dirigente composta da persone della stessa formazione culturale del suo autore a perpetrare il tradimento finché sorte non la separi dalla plancia del comando. Il vizio di base del volume (che per comodità definirò: «paternalismo di Urano») era presente in forma minore nell’occasione che l’ha generato. Nel novembre del 2009 Celli pubblicò su «Repubblica» una lettera aperta al figlio neolaureato in cui gli consigliava di abbandonare l’Italia perché in un paese che calpesta il merito non c’è spazio per i talenti di buona volontà. La lettera scatenò una prevedibile polemica. Tra chi disapprovò l’arte di abbandonare la nave, fu Benedetta Tobagi ad avere la sensibilità di far notare quanto sarebbe stato salutare se la discussione fosse stata innescata dalla penna di un figlio e non da quella di un padre. La generazione tradita soffre nel grande stile di 134 pagine il difetto di quella lettera di un paio di cartelle: l’ansia fagocitatrice di ricoprire tutti i ruoli.
Il libro di Celli parla di giovani ma non parla mai davvero a loro (a creare la distanza è il paternalismo di frasi come «se si dedica loro tempo e attenzione, non è raro scoprire in questi giovani una consapevolezza che impressiona»), parla di come farli uscire da una situazione di minorità ma poi sembra anelare all’eterna dilazione di questo momento: «noi li abbiamo traditi» – sembra il suo paradossale leitmotiv – «noi ci dogliamo di questo tradimento» (noi cioè ne siamo gli unici testimoni, dal momento che loro a causa nostra non hanno voce), «e soprattutto soltanto noi adesso saremo in grado di salvarli», come si evince dal capitolo del libro dedicato al congedo della generazione dei padri dalla vita lavorativa (anche questo rimandato sine die) e significativamente intitolato Farsi carico: un buon modo di chiudere in bellezza.
Ma perché chi non è riuscito a dare ai propri figli un mondo migliore di quello che ha ricevuto dovrebbe togliere a questi ultimi persino la soddisfazione di provare a salvarsi da soli? Nella mancata risposta a questa domanda risiede il secondo grave difetto d’impostazione di questo libro. La generazione tradita è pieno di teorie su come uscire dall’impasse in cui ci troviamo. Si tratta perlopiù di consigli su abiti mentali da indossare (le imprese dovrebbero recuperare un’anima, l’università non dovrebbe essere lasciata agli accademici, ecc.). Ma se davvero si vuole mettere la propria esperienza al servizio delle nuove generazioni, non sarebbe più istruttivo puntare più sui propri errori che sui propri auspici? Non: «Figlio mio, alleniamoci a pensarla in questo modo» (ancora l’ansia di interpretare i ruoli altrui); bensì: «Questi, in modo molto pratico, sono tutti gli errori in cui sono caduto, se sarai più bravo di me riuscirai a evitarli». Mi sarei aspettato questo, da chi appartiene a una classe dirigente che ha evidentemente fallito, se il nostro paese negli ultimi dieci anni ha perso posizioni su posizioni per ciò che riguarda sia l’economia che l’istruzione, per tacere del disastro politico. E invece l’unica soddisfazione – una sorta di rimosso che torna a galla – si rinviene nella parte del libro in cui si dice: «eppure, anche a dispetto di tutti i tentativi di tirarla in lungo il più possibile, il fine carriera arriverà, indigesto». Ecco. Ciò che l’Italia chiama ‘indigestione’, per un mondo più maturo è solo ‘l’ordine naturale delle cose’.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...