Cuore

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Stavo pensando di dedicare questo intervento all’ultima boutade veneto-leghista e rimandare, di contro, al Manifesto UNESCO delle biblioteche pubbliche (leggibile in italiano qui). Ma è stata una manciata di minuti: ormai sappiamo tutti fin troppo bene che queste uscite fintoestremiste hanno la funzione di distrarre l’opinione pubblica (non distinguono quella che Ligabue chiamerebbe “la linea sottile” tra benpensanti e deficienti) da problemi politici e sociali ben più gravi.
E dunque scrivo a proposito di uno spettacolo teatrale che ho visto ieri al Piccinni: si tratta di Cuore – Come un tamburo nella notte…, prodotto dalla compagnia Reggimento Carri. Detesto il teatro sperimentale, ma stavolta sono uscita entusiasta. Il mattone di De Amicis è evidentemente un pretesto – alla moda degli allievi di Roland Barthes che ho frequentato all’Università: un pre-testo per una ri-scrittura. Non manca niente: il semi-spogliarello di una ragazza (lo spettacolo si vuole corale, ma gli unici a parlare sono cinque giovani uomini), la masturbazione di un figlio degli anni ’80 che ha appena finito di vedere Holly & Benjy, il bulletto che racconta come sua zia abbia risolto la stipsi con i confetti delle bomboniere confezionate per le cerimonie cattoliche (non trangugiandoli), l’accostamento tra Like a prayer di Madonna e i funerali di Giovanni Paolo II.
Eppure.
L’impatto con il “metodo Garrone” all’inizio della pièce è forte: ne vien fuori che la bontà incollata allo stereotipo “Italiani brava gente” altro non è che una pacificante riduzione all’elemosina, di maniera e di facciata (“Bambino, perché piangi? Vuoi il soldino?”). La decisione di una madre borghese di adottare un bimbo africano trascolora nel terrificante Gioca a Jouer di Cecchetto, perché il villaggio turistico è cialtrone quanto la beneficenza all’ingrosso. Un ragazzo grida disperato che avrebbe voluto che la bandiera dell’Italia significasse per i cittadini de L’Aquila “per te ci sarò sempre” e non una gragnola di manganellate sotto Palazzo Chigi. Grottesca la deformazione di Alla mia età di Tiziano Ferro, alterata fino a sembrare poco più che una sequela di rutti – mentre un figlio cerca di spiegare al padre (padre in carrozzella, dunque padre zoppo, padre sterile, padre incapace… la sedia a rotelle è il leitmotiv di quest’Italia storpia) dov’è che ha sbagliato con lui: nell’assenza derivante dal timore di non essere all’altezza.
La rappresentazione – dopo una triste teoria di morti per la guerra in cinque generazioni di una stessa famiglia sarda – si conclude con I will survive. Basterà Gloria Gaynor a dissipare la morsa alla gola?

"Cuore - come un tamburo nella notte"

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