Sensibilità

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Tanto per chiarire: non mi riferisco alla canzone dei Dirotta su Cuba!
Noto che molte persone amano definirsi “sensibili”. E dunque, parliamone.
Ho appena dato una scorsa rapida ai dizionari disponibili (e non è un vezzo americaneggiante, questo di partire dal significato delle parole, né un vichismo d’accatto. Ogni disciplina, per me, è storia della stessa, e non possiamo evitarci un’analisi che parta dalle origini, se vogliamo capire di cosa stiamo parlando). La prima accezione si riferisce alla capacità di reagire agli stimoli esterni, di qualunque natura: un’accezione biomedica, diciamo. La seconda, invece, pertiene all’inclinazione a recepire e farsi influenzare da stimoli di tipo emotivo-affettivo.
Eppure, parrebbe trattarsi, nell’accezione più in voga, della capacità di guardarsi gli alluci e intrecciare parole e pagine (che io, nonostante il mio acume, ascolto ingenuamente partecipe) su quanto abbiano fatto, facciano e possano far male. Sensibilità che d’improvviso svanisce quando questo genere di persone ha a che fare con me, quando dovrebbe ripagarmi di quell’ascolto. Allora vengono fuori i silenzi anaffettivi, gli appuntamenti non rispettati, gli isterismi, le battute dall’acido al volgare.
Ma le persone così non sono sensibili, perché la sensibilità – lo si diceva prima – non è mai monodirezionale: è comunicazione, è comprensione, è empatia. Le persone così sono solo egoiste.

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  1. Metodo corretto e interessante quello di partire dal significato (e/o dunque dall’etimologia della parola) per capirne fino in fondo il significato e impiegarla nel modo più appropriato con cognizione di causa, riferiti a se stessi e agli altri. La sensibilità credo sia qualcosa di realmente raro, quantomeno nella sua accezione di sensibilità-verso-gli-altri e, dunque, sensibilità-come-senso/sentire-quello-che-l’altro-sente-nel-momento-in-cui-e-proprio-nel-modo-in-cui-lo-sente. Sentire l’altro non è facile, non tanto perchè sia difficile farlo, quanto perchè sia difficile volerlo davvero fare! La volontà (nonchè la naturale predisposizione) all’ascolto vero e alla comprensione profonda dell’altro non sono comuni e propri di tutti, ma solo di pochi realmente “sensibili”. E dunque? Siamo sensibili e, ahimé, non aspettiamoci che gli altri lo siano, nemmeno quando essi si professano tali, perchè magari non sanno che realmente non lo sono o non credono di non esserlo o di non saperlo essere. Vitangelo Moscarda ci insegna che il suo naso iniziò a pendere da un lato a un certo punto della sua vita, prima del quale era diritto. Bene. Loro sono sensibili finchè non “vedono” di non esserlo. Ognuno di noi si vede in un modo (talvolta non corrispondente a come realmente si è) ed è solo l’altro-di-fronte-a-noi che ci può far notare che il modo in cui ci vede/in cui altri ci vedono è diverso.
    Cosa voglio dire? Che se l’altro non è sensibile forse non lo si può far diventare tale, ma gli si può far notare che non lo è (per lo meno verso di noi), se il rapporto con questo “altro” è tale da esigere quella estrema chiarezza/trasparenza/sincerità/rivelazione-di-ciò-che-si-pensa/sente, proprie dei rapporti veri e profondi.

    • Grazie per il prodigo feedback, tesoruccio.
      La questione è: convieni col mio punto di vista o no? (ah, questi laureati in filosofia…)
      Una persona che mi ha contattata privatamente ha precisato che, secondo lui, si tratta di opportunisti, più ancora che egoisti.

      • Certo che convengo (credevo si evincesse dal mio non-controbattere e contro-definire il concetto di sensibilità!).
        Certo opportunisti sarebbe il termine giusto, anche se l’opportunista è consapevole di esserlo e credo lo faccia intenzionalmente, mentre una persona non sensibile non lo è e basta. La sensibilità credo sia un’attitudine/dote naturale e non una scelta d’azione (come lo è invece l’opportunismo).

      • In realtà, il concetto è stato talmente sventagliato che il nucleo ne è stato velato🙂 ad ogni modo, l’opportunista non sempre sa di esserlo. Nel senso che per ‘opportunista’ la persona che me lo ha detto credo non intendesse uno che cerca un risvolto necessariamente concreto, ma pure uno che sfrutta l’altrui capacità di ascolto per usufruire di una momentanea consolazione.

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