8 marzo 2011, in Italia

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Osservavo ieri, sfogliando il “New York Times” accluso ad “Affari & finanza”, che la condizione femminile in Italia è oggetto d’analisi sullo stesso piano di quella della Libia e della Georgia (cui è affiancata persino tipograficamente).
Nello stesso giorno il “Corriere della Sera” dà risalto all’aberrazione dell’impossibilità di trovare un lavoro o di essere marginalizzata dopo la gravidanza: si sa che la mamma si assenta quando il bambino è malato, non è disposta a fermarsi oltre il suo orario, e tutte le specializzazioni del mondo vengono eclissate da questo “problema”.
Per di più, s’è consolidata l’immagine della donna-femmina, della donna ‘oggettivizzata’ il cui perno è “l’origine del mondo” di courbetiana memoria… Quale modo migliore di festeggiare l’8 marzo 2011 di leggere alcuni passi da L’avvento delle mamme-maitresse: così finisce la sacra famiglia italiana di Francesco Merlo (da “Repubblica” del 7/3/2011)?

La grande novità storica sono le mamme istigatrici e complici. Non le lupe di Arcore, ma queste mamme-maitresse che investono e lucrano sul sesso delle figlie, mamme che rompono la gabbia, all’apparenza inespugnabile, dell’identità italiana, della mamma chioccia, del “son tutte belle le mamme del mondo”, della sacra famiglia, vetrina dei valori della tradizione: il matrimonio possibilmente d’amore, la maternità, la dignità. Mi faceva sorridere mia madre quando a mia sorella che si truccava gli occhi diceva: “Che cosa sono tutti questi buttanesimi?”. Ma chissà come avremmo reagito noi fratelli, padri e fidanzati dinanzi alla madre di Elisa che contabilizza con ingordigia […] Vendute dalle madri, dai padri, dai fratelli e dai fidanzati le lupe di Arcore non sono le vittime ma l’avanguardia di un degrado familiare che non esiste in nessuna parte del mondo civilizzato ed è addirittura inaudito in Italia, che è la terra della mamma Madonna, della natalità, la patria del presepe.
Non c’erano mai state, nel pur vasto catalogo nazionale, queste povere mamme sfiorite che cercano un riscatto nel corpo delle figlie offrendolo al cliente ricco e vecchio e, allo stesso tempo, al bisturi del chirurgo estetico. […]
Non ci vuole il metodo Stanislavskij per trasformarsi in eccellenze del tacere agitando i fianchi, campionesse di velocità nel cambio degli stivali e dei pantaloncini corti, non è necessario frequentare l’Actor’s Studio per formare corpi senza erotismo, fantasmi televisivi, lolite smaterializzate e desessualizzate, il sesso senza eros, il ballo senza sapori. Eppure la professione di velina eccita queste nuove mamme italiane, perché appunto basta la “bella presenza” e nient’altro, come ha dimostrato a Sanremo Elisabetta Canalis.

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