La scrittura e l’impostura

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Ho finito di leggere Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico (2010) di Cristiano De Majo. Un romanzo che, nella libreria di una portatrice sana di anti-contemporaneismo quale io sono, piove inaspettato dopo che ne ho per caso intercettato il titolo, di ascendenze sterniane, su aNobii.
La diegesi si articola su tre livelli: De Majo racconta di Massimiliano che racconta del suo amico scrittore D.D., da poco defunto, il quale a sua volta racconta. Il curatore, ossia Massimiliano, acquisisce un peso sempre maggiore nel testo, al punto da sostituire la narrazione biografica e artistica di D.D. con quella delle sue vicende personali, dapprima nascondendole dietro la relazione con il biografato, poi svincolandole anche da questi.
La sovrapposizione tra le due voci narranti si fa sempre più pressante, al punto che non si può prescindere da due considerazioni:
– la letteratura è sempre impostura, e chi ci si dedica ha bisogno più di altri di rifiutare la realtà;
– l’impostore è D.D. in quanto scrittore o Massimiliano in quanto “curatore” (ma direi agiografo)? Chi di loro due è più a disagio nella realtà?
Il rapporto tra loro mi ha fatto pensare a quello, perverso, tra Zeno Cosini e Guido Speier: solo quando il secondo, da tutti reputato bello astuto seducente, soccombe di fronte alla vita, Zeno, il brutto sciocco inetto Zeno, raggiunge una posizione di forza, di “sanità”, cui mai avrebbe potuto in coscienza aspirare. Così è tra D.D. e Massimiliano.
Non faccio fatica a credere che, in altre circostanze, avrei archiviato questo romanzo come deliziosa (o delittuosa?) attività masturbatoria; invece, De Majo gioca a scacchi con me. No no, non con me lettore: proprio con me.
Per una che ha dolorosamente partorito (la Bibbia sta lì apposta) una tesi di dottorato sulla biografia come genere letterario e storiografico, tutte le paturnie di Massimiliano su come comportarsi nel mettere insieme il materiale che riguarda D.D., se intervistare le persone a lui vicine e come riportarne le dichiarazioni, quali alte motivazioni ingegnarsi a trovare per delle azioni sconfortantemente umane… beh, è stato straniante. Mi sembrava di leggere le mie parole. (Però, giuro, non ho mai citato a memoria nessuno pseudo-mentore alla Pasernach!)

Come non riconoscersi nel disagio verso la propria città?
“Forse Napoli mi consentiva di coltivare il mio innato senso di superiorità. Nella Mitteleuropa avrei finito per sentirmi uguale agli altri, mentre a Napoli potevo esprimere il mio silenzioso disprezzo per ogni piccolo comportamento di quella che mi appariva come un’oleosa accozzaglia semovente che in tutti i modi cercava di avere la meglio su di me.” (p. 104)


Nell’insofferenza verso la generazione dei genitori, provata da D.D. ma condivisa da Massimiliano?
“Dicevi che il ’68 sembrava costruito apposta per farci fare la figura degli stronzi, e se eravamo ragazzi di oggi, vuoti e senza valori, lo eravamo solo per colpa dei ragazzi di ieri, quelli del ’68.” (p. 65)

E – ta-daannnn! – nell’atmosfera asfittica di un’accademia costituita da persone non professionalmente all’altezza del loro ruolo?
“in un mondo migliore del nostro, un filologo degno di questo nome, stipendiato da una gloriosa istituzione accademica, non avrebbe potuto permettersi di apprezzare l’autore di un libro intitolato Sparanapoli.” (p. 137)

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