Cos’è questa cultura

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Ma che cos’è questa cultura di Gennaro Sangiuliano, “Il Sole 24 Ore – domenicale” del 14 agosto 2011

Nelle prime battute di un interessante quanto gradevole libro intervista, Tullio De Mauro precisa come da tempo in Italia sia preminente una «accezione restrittiva» del termine cultura, nel senso che questo termine indica quasi sempre solo la «cultura letteraria», o meglio la cultura “letterario-filosofica”, per giungere molto spesso a una cultura «letterario-ideologica». Tullio De Mauro lamenta l’assenza di una «dimensione tecnica, tecnologica, operativa delle culture intellettuali». Si tratta di una preoccupazione fondata che merita di essere meditata e che coinvolge una problematica più vasta, quella attinente al rapporto fra una cultura universale e la cultura nazionale, tra idee globali e riferimenti identitari. Nondimeno è aperto il tema del rapporto che quotidianamente si instaura fra le influenze culturali che vengono dall’ambiente esterno e la rielaborazione soggettiva che fa ciascuno di noi, tema che implica l’origine stessa della cultura umana che Freud in Totem und tabù inquadra nella relazione tra sviluppo individuale e sviluppo umano.
Se già a fine Ottocento si era delineato un contenuto socio-politico del termine cultura, il primo Novecento italiano fu segnato dagli sforzi di definire una nozione di cultura aperta alle grandi trasformazioni della società industriale e di massa. Gramsci soprattutto con i Quaderni lavorò alla valorizzazione di un concetto di cultura che superasse un ambito ristretto per diventare cultura popolare e sociale, mutuando una parte della lezione di Pareto, e precisando che la cultura deve muoversi «dalla tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane specialista e non si diventa dirigente». Giuseppe Prezzolini che scrive il saggio “La cultura italiana” importa una visione bergsoniana della cultura, che auspica una «vita intellettuale». Si delinea in quel periodo una storia della cultura che racconta la vicenda umana in parallelo con la storia degli Stati. Benedetto Croce offre la costruzione filosofica di un idealismo che vuole modernizzare la cultura attraverso una «morale della Storia» destinata a offrire coesione a quelli che definisce «spiriti di popoli» (Völkergeister). Non è un caso che Norberto Bobbio titolò un suo saggio Profilo ideologico del Novecento italiano proprio per indicare un viaggio nelle culture politiche.
Carl Schmitt pose la famosa distinzione tra Kultur e Zivilisation, la prima a cui assegna una matrice continentale e tedesca, la seconda oceanica e anglo-sassone. Il giurista tedesco evidenzia i limiti di una cultura solo formale che vuole “rappresentare” prescindendo dal valore. Mentre l’assunzione di un valore (Wertbehauptung), che è molto di più di un elemento direzionale, conferisce alla cultura un contenuto sostanziale e comunitario. Lo Schmitt lega la cultura al «nomos della terra», un luogo che ha origine in una presa di possesso (nemein) ma che si consolida attraverso il mito in cui si riconosce un popolo. La cultura condivisa all’interno del nomos è fondamento di sovranità.
Da posizioni diverse che riflettono la sua natura di economista, il Nobel Friedrich von Hayek, auspica l’utilizzo individuale di conoscenze disperse e paragona la cultura al mercato nel senso di lasciare intatta una pluralità di conoscenze, anche se «incomplete» e «sotto forma di frammenti», poiché ciò è garanzia di libertà. L’economista austriaco rigetta ogni forma di controllo della cultura insistendo sul fatto che il tratto della civiltà è dato dalla possibilità che tutti hanno di utilizzare ed elaborare le «conoscenze disperse». Ortega y Gasset aveva auspicato un dinamismo che ponesse in equilibrio valori vitali e culturali, perché – sotto l’influenza simmeliana di Goethe – afferma che «la vita dev’essere colta, ma la cultura dev’essere vitale», una posizione propedeutica all’affermazione di un pluralismo culturale che si oppone a chi ha la presunzione di far coincidere l’idea con la realtà.
La cultura ideologica è l’eredità del Novecento, allo stesso tempo nobile e pericolosa, ancora oggi la contrapposizione tra elitarismo e democrazia riflette quella tra cultura ideologica e cultura diffusa. La differenza tra chi crede in una cultura univoca, preordinata e diretta dalle élite, e chi, invece, auspica sempre un pluralismo storico-culturale che mostri attenzione verso il discontinuo e il differente. Per certi versi resta intatta la denuncia di Augusto Del Noce che condannò la pigrizia intellettuale degli italiani, attardati a ragionare secondo le categorie di progressivo o reazionario, e non secondo le categorie più moderne di vero o falso.
La grande rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni offre strumenti prima impensabili per la condivisione del sapere: ogni angolo, anche il più remoto del pianeta, può essere un punto di acquisizione e rielaborazione. Alla critica di Tullio De Mauro a un’«accezione restrittiva» del termine cultura, nel senso di uno scarso approccio a una dimensione tecnica, si può associare la denuncia di una cultura ancora pienamente ideologica, troppo dominata da quello che fu definito da Prezzolini come partito degli intellettuali. Da tempo, altre culture, si pensi a quella americana o a quelle asiatiche, pur salvaguardando e rafforzando il connotato identitario, hanno abbandonato le costruzioni ideologiche per attenersi al metodo della verifica vero o falso.
Più di tutto appare incisivo quello che scriveva, nel 1974, Pier Paolo Pasolini: «Noi intellettuali tendiamo a identificare la “cultura” con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1) che non usiamo la parola in senso scientifico, 2) che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura».

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