“La letterina”

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Cose che non vanno più di moda di Giacomo Papi – da “D” di “Repubblica” del 21 dicembre 2011
La letterina
E se Babbo Natale, invece di portare doni, si portasse via tutto il ciarpame accumulato?

Babbo Natale è ridicolo. Anche la panza è posticcia. Siede su un trono di compensato in una casupola di compensato all’interno di una fiera infestata di bancarelle tirolesi, bruchi-ottovolante e piste di ghiaccio quattro metri per quattro, patrocinata dal Comune per la gioia di grandi e piccini.
La bambina è bastarda. Attende il suo turno in fila con la letterina in mano. La mamma la guarda orgogliosa. Ha certamente lasciato il Suv nel più vicino posteggio riservato ai disabili. Al cospetto del ciccione in rosso, gli altri bambini si emozionano. Lei, no. Lo scruta dal basso con due occhi di brace: “Tutto ‘sto tempo in coda al freddo per ‘sta lettera del cavolo!”. Babbo la fissa senza capire. La piccola attacca: “Con tutti i soldi che fai, perché non ti sei comprato un telefonino?” “Perché, scusa?” “Perché ti mandavo un sms. È da scemi aspettare qui al freddo”. “Va be’, ma almeno ci siamo conosciuti”. “Ma tu sei vecchio e se ti ammali poi schiatti e non mi porti più niente”. Bambini e genitori in fila scoppiano a ridere, la mamma del mostro batte la mani. Babbo Natale arrossisce e china la testa.
Anch’io chiudo gli occhi. Vorrei tanto che quest’anno la notte della vigilia quell’uomo si togliesse il suo ridicolo costume per infilarsi una tuta da fatica gialla. Vorrei che lasciasse in Lapponia la slitta insensata e le sue stupide renne a brucare i loro licheni immangiabili, per volare nel cielo su un grande camion giallo dei traslochi con la scritta Gondrand sulla fiancata. Vorrei che entrasse in casa della bambina bastarda e della sua mamma cattiva mentre dormono e caricasse sul camion tutto ciò che possiedono. La mattina dopo si sveglierebbero in stanze svuotate, spogliate di arredi, giochi, gioielli. E con raccapriccio mi sorprendo a invidiarle. In fondo non mi dispiacerebbe se qualcuno venisse a portarmi via tutto ciò che un tempo ho voluto.
Quest’anno ho voglia di fare la lista al contrario. La lista delle cose di cui mi voglio liberare. Vorrei che Babbo Natale arrivasse a mani vuote per prendersi il bastone con la manina gratta-schiena che a sei anni mi regalò mio nonno, il calzascarpe appartenuto a mio padre, e i pattini da ghiaccio n. 37, il walkman argentato, le musicassette amorevolmente raccolte da me adolescente, le videocassette dell’Unità amorevolmente raccolte da Walter Veltroni per me (e già che c’è anche tutti gli album Panini, e i libri di fondamentale importanza ma incomparabile bruttezza allegati al quotidiano dal molto amorevole direttore). Vorrei che si portasse via il cappellino con le treccine di Ruud Gullit e le buste dei favolosi uomini rana e gli occhiali a raggi X per vedere le donne nude che acquistai per corrispondenza sull’Intrepido. E ancora: uno spegni-candele d’argento di Tiffany, una vestaglia che mi regalò una fidanzata illudendosi di tramutarmi in un dandy, il mio primo (e ultimo) microscopio. Perfino il mappamondo che da bambino facevo girare veloce e fermavo a caso con il dito dicendo: “Io morirò qui!”. Finiva quasi sempre che morivo nell’isola di Gough, tra i pinguini, in mezzo all’Atlantico.
Mi viene quasi da piangere.
Mi viene quasi da ridere. Sotto sotto, nonostante i millenni che abbiamo alle spalle e la tecnologia che abbiamo sulle spalle, rimaniamo creature superstiziose e animiste che continuano ad attribuire agli oggetti il folle potere di custodire ricordi e emozioni. Siamo stregoni zulu con l’iPhone. E il bello è che forse abbiamo ragione. Le cose davvero si svegliano quando noi non ci siamo.

Rispose a un giornalista, la notte del 24 dicembre 1989, il vecchio poeta Junichiro Kawasaki: “Sono animista. Non mi serve il Natale”.

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