La Chiesa e l’ecclesia

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Cattolici tutti Chiesa o cultura di Vincenzo Cerami
da “Il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2012

In Italia c’è il cattolicesimo della Chiesa e c’è il cattolicesimo culturale. All’assolutismo della dottrina si oppone il relativismo degli orientamenti umani, soggetti a continue trasgressioni dovute alle accidentalità della vita quotidiana. Un tempo, il perdono ottenuto tramite confessione ristabilival’equilibrio perduto a causa del peccato. Legge cristiana e realtà, idealità e contingenza riprendevano il loro posto e si andava avanti. La cultura italiana si esprime nell’andirivieni tra il rispetto delle norme cattoliche e la loro trasgressione. Nel nostro tempo, a causa dell’evoluzione scientifica e della caduta di molti tabù, è sempre più difficile la fedeltà ai rigidi dettati della Chiesa. Ci riferiamo sommariamente all’uso dei profilattici, alla procreazione assistita, all’eutanasia, alla castità dei coniugi separati, al divorzio, all’aborto, alla verginità degli sposi, eccetera. In queste situazioni il cittadino credente e di cultura cattolica, senza rinnegare le sue convinzioni profonde, trova una via d’uscita scavalcando ogni mediazione e rivolgendosi direttamente e silenziosamente a Dio. Non chiede al Signore di essere perdonato, ma compreso. Il suo muto dialogo con la trascendenza rimuove ogni peccato, perché considera il suo caso unico e irripetibile, che lo obbliga a uscire momentaneamente dai canoni. Un genitore non vorrebbe avere remore a consigliare al figlio di usare il profilattico. E tanto meno avrebbe il coraggio di chiedergli di non fare l’amore fino al giorno del matrimonio. Tuttavia questa ‘ipocrisia’ non mette in discussione le sacrosante ragioni della Chiesa, anzi le rafforza: l’austerità universale degli insegnamenti tradizionali serve al cattolico per non disperdere il senso del bene assoluto, al fine di non smarrirsi in una realtà agorafobica e anomica. Fa un po’ come il criminale dostoevskijano che in cuor suo difende l’istituzione carceraria in quanto via d’uscita nel momento estremo della sua condizione di reietto. La Chiesa, quanto più è radicale nelle sue prese di posizione, tanto più è apprezzata. Paradossalmente la Chiesa e Dio sono antagonisti e si scambiano di ruolo: la Chiesa è un libro scritto nell’antichità, Dio è a dimensione umana e agisce nella contemporaneità, tra le angustie dei vivi. La cultura cattolica oggi più che mai si nutre di un umanesimo cristiano pragmatico, che ha bisogno di paradigmi per orientarsi e di libere varianti per non restare indietro e per cogliere le opportunità che i nuovi tempi presentano per districarsi nelle difficoltà di tutti i giorni. I saldi principi sono la stella polare di una navigazione a vista: la rotta non è più rettilinea e il bene non è sempre il contrario del male, talvolta è la sua causaLa Chiesa, con le sue leggi, il suo carisma, le sue icone, i suoi templi e i suoi palazzi si configura come categoria del potere. Custodisce i libri sapienziali. Ospita i custodi della Verità e della Giustizia. Accoglie i probi e indica la strada agli smarriti. Assolve e scomunica. Tra le qualità del potere c’è quella di governare il nostro vivere in mezzo agli altri, alla luce dell’onestà. Ci dice cosa è ‘legale’ e cosa non lo è. In poche parole, ci rassicura nei tragitti insidiosi dell’esistenza.
Gli Italiani trasferiscono di sana pianta la loro cultura cattolica nel rapporto con il potere laico. Del Parlamento, del Palazzo di Giustizia, delle carceri, delle forze dell’ordine, conoscono le facciate, austere, luminose, spesso presidiate da picchetti armati. Dentro quegli edifici si decide il loro benessere. Sono i palazzi della civiltà. Ma anche in questo caso, pur accettando le istanze e i compiti dello Stato, separano il senso del dovere dalla necessità contingente e particolare. Non perdono l’occasione propizia alla trasgressione delle regole civili. L’interno delle case vale molto più dell’esterno. Non è un caso che in Italia si dia poca importanza alla facciata del palazzo e molta all’interno delle quattro mura. E non è un caso che non si fa quasi nulla per la salvaguardia e la sicurezza dell’ambiente, e si fatica a prendere coscienza dei benefici della raccolta differenziata dei rifiuti e del risparmio d’energia. Come spiegare, altrimenti, un numero così esorbitante di evasori fiscali? Gli interessi personali, pur restando solidi i principi del vivere civile, hanno sempre una giustificazione legittima e indiscutibile. In questo modo si fa difficile il dialogo tra società e individuo. Il potere (nel senso alto del termine) sta da una parte, il cittadino dall’altra. Di là l’esterno, di qua il calduccio dei focolari. Quando Hitler arrivò alla stazione Tiburtina di Roma, si trovò davanti una schiera di palazzi bellissimi e sontuosi: non si accorse che erano solo facciate di cartapesta fatte costruire da Mussolini. E ancora oggi, andando in giro per il nostro Paese, scorgiamo case e palazzi dalle pareti scrostate o addirittura senza intonaco: la vita si svolge dentro.
Ci chiediamo se l’individualismo e l’ipocrisia di fondo non siano un’endemia della cultura italiana. Se essa non ha conosciuto una qualche evoluzione nel corso degli ultimi secoli, a cominciare dalla rivoluzione industriale. Lo spirito con cui gli Italiani hanno aderito ai principi ideologici nati tra Ottocento e Novecento non ha mai tradito la sua natura cattolica. Le correnti del pensiero progressista non erano in conflitto con la tradizione, anzi, credendo di infrangerla, la rafforzavano grazie alla natura mistica, a suo modo religiosa delle stesse ideologie. Così, se da un lato i nuovi orizzonti industriali introducevano nei cittadini una concezione laica, funzionale della società, dall’altro, per reazione, si andava rinvigorendo il cattolicesimo della residua cultura contadina. Patriottici erano sia coloro che pronunciavano la parola ‘patria’ sia chi rifiutava di pronunciarla. Un concetto, quello di patria, che nel bene e nel male implica un’idea di comunità, di società, di territorio comune. Fin quando è stata attuale e viva la sua percezione, gli Italiani, pur spezzati in due, non erano separati. La frattura non era in senso verticale né orizzontale, ma multipla. Le leggi laiche, difatti, fondavano la loro autorevolezza sui modelli della morale cattolica. Con la crisi delprimo dopoguerra la spaccatura è stata verticale, le controparti hanno cominciato a contarsi. In tutta Europa i nuovi impegni della società industriale hanno consolidato il razionalismo e le democrazie borghesi. Questi impegni richiedevano una coscienza laica e civile ben più salda di quella che avevano gli Italiani alle soglie del fascismo: così, di fronte all’ignoto del futuro, gran parte di loro ha scelto i sicuri valori della tradizione e il fascismo ha immediatamente soddisfatto queste esigenze istituzionalizzandole con successivi e fitti atti burocratici. Venivano così reintrodotti paternalisticamente i valori operativi della Chiesa, gli stessi con i quali l’Italia già contadina aveva gestito la propria miseria da sempre. Il centralismo clerico-fascista è esploso negli anni Sessanta, quando i modelli di comportamento degli Italiani ha cominciato a dettarli il mercato, modelli basati sull’edonismo, tutto il contrario del cristianesimo e della civiltà cattolica. La Chiesa e lo Stato hanno via via acquistato un ruolo soprattutto simbolico. In ogni caso importante proprio perché iconico, ma molto meno operativo.
La distrazione degli interessi e dei bisogni del Paese dal portato etico del cattolicesimo è la principale angustia del clero, costretto a conciliare mondanità e cristianesimo, a riconquistare lo storico ruolo di mediatore tra il singolo cittadino e Dio. La cultura cattolica è oggi il vero antagonista della Chiesa.

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  1. “Uso dei profilattici, eutanasia, castità dei coniugi separati, divorzio, aborto, verginità degli sposi” erano presenti anche ai tempi di Gesù ma non ha mai parlato. La Chiesa fa più di quanto sia compito suo.

    • Ho scelto di riprodurre quest’articolo perché mi è sembrato abbastanza equilibrato e, soprattutto, perché addita una caratteristica del credente che ho sempre rilevato: quella che il Cristo dei Vangeli chiamerebbe “ipocrisia”.
      Il “relativismo” con cui il teologo Ratzinger ce l’ha a morte è innanzitutto in molti credenti, nella continua scelta di non seguire le prescrizioni della religione che professano.

      • Concordo con quello che dici riguardo l’ipocrisia: mi diverto spesso a far notare ai credenti l’accurata scelta dei precetti più comodi da seguire, per mettere in evidenza le contraddizioni e l’inadeguatezza della religione. Anche i prelati selezionano attentamente cosa predicare, dell’Antico Testamento si leggono quasi solo i profeti, a messa, o le parti non sanguinarie degli altri libri. Tuttavia preferisco il relativismo dei credenti, Gesù stesso ha abrogato molti precetti, leggi e comandamenti in nome dell’amore e del buonsenso. Negli altri casi si tratta di paraculaggine.

        Il “relativismo” ha sempre fatto parte della religione Cristiana. La Chiesa NON è un libro scritto nell’antichità, ma è stata costruita a tavolino con un libro gretto e retrogrado (Vangeli a parte) come base, selezionando già alla nascita ciò che era più comodo ai suoi fondatori -i Vangeli canonici sono solo l’esempio più eclatante. Tanta roba è stata aggiunta artificiosamente nel corso del tempo senza prendere in considerazione la vita vera, con la quale non può non scontrarsi (Luttazzi diceva: “Non giochi al gioco? Non fare le regole”).

        Tanto più le tradizioni sono invasive, quanto meno possono tenere il passo con i tempi.

  2. Pingback: Relativismo religioso « Assolutamente forse

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