Generazione “Bim Bum Bam”

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Trovo sul “Venerdì” di “Repubblica” del 23 marzo 2012 questo articolo di Alessandro Aresu e lo trascrivo integralmente.

Ogni generazione ha avuto i suoi battesimi e i suoi miti fondativi, dal miracolo economico al ’68. Nel caso della generazione dei dieci milioni di nati dal ’75 al ’90, invece, l’unico momento unificante resta relegato all’infanzia, ed è stato un contenitore di cartoni animati della tv commerciale, Bim Bum Bam.
E’ un’illusione credere che eterni ragazzini possano trovare un’identità collettiva nella caduta del Muro di Berlino o nell’Erasmus: le conversazioni serali non si soffermano sulla crisi delle ideologie o sul bilancio ambiguo dell’euro, ma restano aggrappate alla voglia di cantare le canzoni di Cristina D’Avena. Nel continuo karaoke sulle sigle di cartoni animati come Holly e Benji o Mila e Shiro [anch’io ne ho già parlato qui!], finalmente sentiamo la voce di una generazione, e siamo noi stessi a cantare e a prendere la parola. Questo non è un male, è solo parte della nostra storia. Al contrario di quanto a volte si crede, i cartoni animati non hanno tolto il cervello a nessuno, non hanno creato danni permanenti nella mentalità italiana, non hanno abbattuto la Costituzione, non hanno trasformato l’Italia nella valle di lacrime della videocrazia. Per vivere non hanno nemmeno bisogno della televisione: basta YouTube per ricordarci che la vita è fatta di leggerezza e profondità.
Oggi, però, il nostro Paese assomiglia a un grande intervallo in cui, invece di affrontare i nostri problemi, siamo rimasti nelle nostre camerette a guardare Bim Bum Bam. Ci siamo imposti di vivere per inerzia, come nella rappresentazione politica della stagione di Berlusconi che, al di là dei giudizi di valore, si può ridurre a una formula fondamentale: “Qualunque cosa accada, la colpa è sempre degli altri”. Così, il concetto di responsabilità è stato sostituito dalla necessità di prendere tempo o dalla voglia di prendere tempo. L’Italia si risveglia e si scopre l’esatto contrario dei Paesi emergenti: un Paese sprofondante, un esperimento di lamento collettivo unico nella storia. I tempi del nostro dibattito pubblico sono sbagliati. A partire dal passato, dall’orizzonte nostalgico del “si stava meglio ai vecchi tempi” o, nel 2012, “si stava meglio quando c’era la lira”, e dal futuro indefinito, la parola ormai banale con cui in Italia tendiamo a coprire la necessità di prendere la parola, per pensare un’azione collettiva.
In realtà, il tempo che ci sfugge oggi è il presente. E’ nel presente che si decide che cosa fare della propria vita. E’ nel presente che si devono dare risposte precise a domande precise.

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  1. Concordo alla lettera.
    Solo che “Bim Bum Bam” (che guardavo anch’io, beninteso) è stato sostituito dai social network.

    • Grazie, Simo!
      Anche io ovviamente guardavo quella trasmissione: è uno dei motivi per cui ho scelto di riprodurre l’articolo. Non ho ben capito, però, se tu intendi dire che i SN sono il simbolo della nostra generazione al giorno d’oggi oppure che sono l’esemplificazione dell’irresponsabilità elevata a etica.

  2. Intendevo la prima, ma a pensarci bene anche la seconda cosa!

    La nostalgia dei cartoni animati da parte della generazione nata negli anni 70-80 si lega a quella passione per il vintage che li unisce ai baby boomers, e che porta a pensare che il dopoguerra sia stato il periodo migliore per il mondo occidentale in genere (e forse lo era, almeno in termini di tutela del cittadino e di Welfare State, pur con tutti i suoi limiti in materia di diritti umani, diritti delle donne etc.).

    Quello che volevo dire è che, se da piccoli cazzeggiavamo con i cartoni animati, oggi invece di agire per modificare la realtà (e sapendo che difficilmente le nostre azioni possono incidere sulla realtà) ci illudiamo di fare qualcosa cliccando il tasto “mi piace” o “non mi piace più” su Facebook.

    E’ pur vero che FB l’anno scorso ha avuto un ruolo determinante sui 4 referendum italiani dove
    hanno trionfato i NO.
    Ed è pur vero che, a detta di qualche esperto, Twitter sta diventando un laboratorio di idee (io non lo frequento) e che FB è sempre meno gettonato e comunque lo frequentano più i 50-60enni mentre dai 40 in giù si stanno riversando su Twitter.
    Ma quando potevo frequentare Anobii – ora quasi mai, come purtroppo sai bene – notavo che la chiacchiera a ruota libera da un lato ci rilassava, ci alleggeriva (come dici tu di Youtube), dall’altro, un po’ per l’anonimato un po’ per tanti altri motivi, sollevava da ogni responsabilità facendoci sentire tanto più importanti quanto più eravamo irrilevanti, contemporaneamente banalizzando ogni argomento.

    E’ il trionfo del narcisismo, e ci stiamo dentro tutti.

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