Del Nobel per la Letteratura e d’altre belle storie

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La mia filippica odierna nasce da un commento (senz’altro ingenuo, per carità) nel gruppo aNobiiano di Facebook. Una utente, commentando l’assegnazione del Nobel al Cinese Mo Yan, scrive: “ma il mio amato Roth questo premio non lo vincerà mai??? beh non l’ha vinto Borges…si vede che l’eccellenza non è premiata!!”.
Tenermi il cece in bocca non è da me. Scrivo: “Scusami, ma non riesco a non rispondere al tuo commento. Trovi che altri artisti insigniti del Nobel (penso a tutti gli Italiani) non siano abbastanza “eccellenti”? Tagliare le cose con l’accetta non è sempre un bene…”
Apriti, cielo!
“Non credo che i Nobel degli ultimi anni (Muller, Le Clezio, Transtormer, …) possano essere considerati un esempio di eccellenza mondiale! mi sembra normale e logico che si stia parlando di gusti personali… Il bello oggettivo non esiste, quindi che altri criteri utilizzare? Quale formula o diagramma consigli di adottare per stabilire quello che è ‘eccellente’ e quello che non lo è ?! Se a qualcuno Roth (o Murakami, o altri) non piace, non significa che non possa esser “degno” di ricevere un Nobel…”
Cerco di replicare: “Quindi secondo te la critica letteraria è fatta di formule e diagrammi? Ad ogni modo, non ho parlato io di essere/non essere degno di Nobel… Ho scritto che mi sembra un po’ azzardata la sovrapposizione tra ‘ciò che piace a me’ e ‘ciò che è eccellente’. Il critico letterario esprime un giudizio che si spera quanto più possibile basato sulle evidenze stilistiche e contenutistiche (che poi ci riescano tutti, e tutti nella stessa misura, è da verificare).”
Non ho mai scritto che i giudizi non siano contestabili. Mi è sembrato solo semplicistico dire: non è stato premiato quello che piace a me, quindi il merito non conta nulla. Che non piaccia a te non vuol dire che non sia meritevole (e il contrario è altrettanto vero). Un po’ la solfa (talvolta inutilmente autopiagnona) che abbiamo preso di recente in Italia: il merito non conta mai, conta piuttosto darla via (vedi Un giorno speciale della Comencini).
Ciò che più di tutto mi irrita e scoraggia è la superficialità con cui si guarda a questa disciplina. Scrive un altro utente: “La letteratura si commenta, si ama, ci si riunisce e si condividono stati d’animo e impressioni. La letteratura non si giudica. Chi crea, chi mette se stesso in in opera, non lo fa per vincere un premio o per arrivare secondo.” Bisognerebbe, quindi, “leggere i libri che ci piacciono e ci ispirano e curarsi di meno dei giudizi degli ‘esperti’ “.
Domenica 14 ottobre è apparso, sul “Sole 24 Ore”, un editoriale del filosofo cognitivista Roberto Casati secondo cui la creatività non è innata, ma va stimolata con studi specialistici della durata minima di 5 anni. L’idea che la letteratura sia tutta ispirazione, esclusivo parto del genio è il becero frutto di un Romanticismo d’accatto. La letteratura si studia. La letteratura si valuta. Lo studio della letteratura fornisce gli strumenti (grammatica, retorica, storia della critica) per il suo stesso facimento, oltre che per l’elaborazione di un giudizio non epidermicamente estetico.
Perché, dunque, tanta sfiducia nei critici? Perché tanto valore all’approssimazione? Perché tanta arroganza da parte di chi non ha una formazione specifica? Io posso senz’altro dire che le opere di Renzo Piano non mi piacciono, ma non posso permettermi di dire che Renzo Piano non ha eseguito correttamente i calcoli tecnici, perché non sono del suo settore.

Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle ditte dei ponti dell’autostrada? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia!
Non parlo delle cose che non conosco!

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