Buongiorno, buona fortuna

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Entro nel sottopassaggio e spengo il lettore mp3: sento la sviolinata dell’anziano Rom che staziona sul pianerottolo alla base della scalinata. Riconosco “‘O sole mio” e sorrido, ma solo con le labbra.
Incrocio la pattuglia di due militari e un poliziotto che, per salvaguardare la pubblica sicurezza, chiedono i documenti a due liceali un po’ trasandati.
Torco le spalle e fendo un gruppo sceso dal treno proveniente da Gioia del Colle. Molleggio sulle caviglie mentre intuisco i commenti dei pendolari sull’elezione del Presidente della Repubblica: i nomi di Rodotà, Marini, Prodi mi cadono accanto come schegge di vetro.
Una di queste schegge non cade, mi si conficca nel petto. Mi si arrossano gli occhi e guardo dritto verso la scalinata dell’uscita, illuminata dal sole delle 8. Conficco le unghie nel palmo della mano, in quello che chiamano Monte di Venere, sperando che il dolore fisico sopprima l’altro.
Non è così.

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