La donna secondo Malaparte

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E’ un brano molto emozionante e suggestivo, e perciò lo trascrivo. Ma è anche ciò che voglio per me?

“Vorrei che il mio amore per lei fosse più che un sentimento: fosse una virtù. La più libera e la più generosa delle mie virtù. Che ella fosse per me il mio paesaggio e il mio destino. La somma delle mie ambizioni. Non l’oggetto delle mie ambizioni né l’ispiratrice, ma la mia stessa, la mia unica ambizione. Che il solo accarezzarle la fronte, il solo sfiorarle le labbra, il solo stringerla al petto, fosse per me come la liberazione da una oscura schiavitù. Che almeno in lei trovassi compenso alle mie orgogliose rinunzie, alle mie inutili crudeltà. Poiché appunto in questo mi sembra consistere il destino più proprio e più nobile della donna: ordinare e pacificare in se stessa tutte le forze e le fortune dell’uomo, diventare non oggetto né fine della sua attività fisica e intellettuale, bensì pretesto ai suoi sogni, alle sue speranze, alle sue imprese. Un pretesto: nulla più. Ed è molto. Se è vero che nulla è più difficile, né più pericoloso, del servir da pretesto a una nobile esistenza.”
[…]
“Vorrei sopra tutto che la mia donna m’assomigliasse nel disprezzo di ciò che gli uomini temono, fuggono o invidiano. Che non avesse alcuna pietà di se stessa, e in quest’assenza di misericordia trovasse la sola consolazione al proprio inevitabile egoismo. Che sapesse anteporre a tutto e a tutti non la propria persona, non l’amore del proprio amore, ma quella fatalità che ognuno di noi nasconde nel profondo di sé. Orgogliosa, ma intimamente incerta e infelice. Disperata, talvolta, ma serena nel viso, nelle parole, negli atti. E che la sua infelicità, le sue disperazioni non si rivelassero con moti o pensieri dolorosi o umilianti, con soggezioni o rinunzie, ma con rivolte violente, con improvvise fughe incontro alla lotta, al pericolo, al sacrificio. Da poter essere fiero di lei, da poterla amare come io stesso saprei amarmi, se fossi donna.
“Da poter riconoscere, nella sua fronte, nel suo sguardo, nel suo sorriso, nei moti degli occhi e delle labbra, nei pallori e nei rossori improvvisi, quel sentimento profondo che spesso mi agita, spingendomi a disfare con le mie mani la trama di cui è fatta la mia speranza di felicità e di riposo. Da potermi staccare da lei, al momento giusto, come da me stesso, volgendomi indietro ogni tanto a guardare quel suo viso simile al mio, quella sua fronte serena, quei suoi occhi bianchi dove il mio sguardo si fa, a poco a poco, sempre più lontano e più antico”.

Curzio Malaparte, Donna come me, 1940.

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