La goccia d’acqua

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È una goccia d’acqua. Di plastica. È nulla mischiato con niente. L’ho trovata chi si ricorda più in quale pupa. Comprata durante l’estate, da mia zia, con mia madre che non voleva, per sdebitarsi dell’ospitalità. La bambola non doveva neanche essere la bambola, cioè Barbie-surfista o Barbie-shampista o Barbie-nudista. Sì, doveva essere una sottomarca, ma così, tanto per cambiare fisionomia una tantum, io in fondo non sono mai stata classista.
Una pupa meno bella, forse, ma senz’altro meno stereotipata; mi doveva piacere tanto, però, se le facevo fare la sirenetta. Aveva i capelli più corti della Barbie, e, a forza di sirenettare, le erano diventati quattro riccioli ingrumati di salsedine. Stopposi e impettinabili – che era la cosa che di solito facevo alle pupe, al punto che quasi tutte morivano per decapitazione da ripetute trecce. Ma Ginny – perché assomigliava, o mi ero intestardita somigliasse, ad un cartone animato – non veniva pettinata. Lei sirenettava: eh. Di solito nuotava, in mare ma più spesso in aria, nelle mie controre sul letto, stringendo a sé, mi pare, una specie di amuleto, un ricordo del suo popolo minacciato che lei doveva custodire e nascondere per evitare che cadesse in mano di nemici – una biglia. La particolarità di questa biglia era duplice, perché non l’avevo vinta al flipper come le altre trenta, no, l’avevo trovata nella sabbia, e per giunta non era trasparente con una spirale colorata dentro, no, era iridata con riflessi violetti. Una meraviglia.
E la goccia d’acqua di plastica era nel cartone. La magia fibrillante di quando li squassavi a forbiciate – con le unghie non ci riuscivo ancora. La prismatica goccia d’acqua era un pendente – ha-ah! – per la fortunata posseditrice, con labile cordino argenteo annesso. Graffiata, con l’asola rotta, sbiadita ai lati, la tengo ancora, nell’astuccio sulla scrivania. Periodicamente la dimentico.
Poi cerco una matita, un righello – le penne sono sempre a portata di mano, a nugoli – me ne ricordo, ne tasto la forma, la prendo. Faccio sempre la stessa cosa: guardo la luce della lampada da tavolo attraverso la goccia d’acqua di plastica. Per un attimo tutto si fa turchese, verdeacqua.
E sorrido.

15/10/2004

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