As I lay dying

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Pubblicato poco prima di The Waves (1931) di Virginia Woolf, As I lay dying (1930) di William Faulkner presenta la stessa scansione in capitoli intitolati come il personaggio che, in quelle specifiche pagine, ragiona tra sé e interagisce con gli altri. Nonostante questo espediente me lo rendesse familiare, ho impiegato oltre sette mesi per terminarlo (sette mesi di letture discontinue e private paturnie, sia chiaro), anche per via dell’inglese con forte taglio “dialettale”, mimetico della lingua parlata negli Stati Uniti meridionali e quindi difforme dalla sintassi delle grammatiche.
Non so perché ai romanzi di Faulkner si attribuisca immancabilmente l’aggettivo “epico”: forse perché suona bene; forse perché la cultura nordamericana soffre del complesso della mancanza di un’epica fondativa, come quella classica; o forse per delle caratteristiche che a me sfuggono. Il nucleo familiare ritratto, i comportamenti e le dinamiche sociali che vengono delineate sono tutt’altro che “epiche“: la meschinità, la cattiveria, la taccagneria, la menzogna sono i moventi e i risultati delle azioni della famiglia Bundren e di coloro che hanno a che fare con lei. Gli unici personaggi che (forse) si salvano sono coloro che non verranno salvati (e che, in modo assolutamente non casuale, si esprimono in una lingua standard, coloro cui sono affidati i passi più meditativi e descrittivi dell’opera): Darl, il figlio che finirà in manicomio, e Addie, la madre morta, l’ “io” del titolo, colei che dev’essere accompagnata all’eterno riposo e non troverà pace neanche allora (non c’è bisogno di dire quanto sia piacevolmente destabilizzante che il punto di svolta del romanzo sia proprio il capitolo in cui la defunta dà la sua chiave di lettura).
Ne riporto alcuni passi, alcuni famosi altri celeberrimi.

p. 40, il medico Peabody descrive il paesaggio con una frase buona per un giorno di pioggia: “That’s the one trouble with this country: everything, weather, all, hangs on too long. Like our rivers, our land: opaque, slow, violent; shaping and creating the life of man in its implacable and brooding image.” 

p. 134, tempo e spazio secondo Darl: “It is as though the space between us were time: an irrevocable quality. It is as though time, no longer running straight before us in a diminishing line, now runs parallel between us like a looping string, the distance being the doubling accretion of the thread and not the interval between”. 

p. 160, Addie sul potere delle parole che danno concretezza ai sentimenti: “We had had to use one another by words like spiders dangling by their mouths from a beam, swinging and twisting and never touching, and that only through the blows of the switch could my blood and their blood flow as one stream”.

p. 161, Addie invoca quasi Shakespereanamente suo marito e riflette su quanto hanno sprecato il loro amore: “Why are you Anse. I would think about his name until after a while I could see the word as a shape, a vessel, and I would watch him liquefy and flow into it like cold molasses flowing out of the darkness into the vessel, until the jar stood full and motionless: a significant shape profoundly without life like an empty door frame; and then I would find that I had forgotten the name of the jar”.

p. 162, ancora Addie, ancora sul peso delle parole: “words go straight up in a thin line, quick and harmless, and how terribly doing goes along the earth, clinging to it, so that after a while the two lines are too far apart for the same person to straddle from one to the other; and that sin and love and fear are just sounds that people who never sinned nor loved nor feared have for what they never had and cannot have until they forget the words”.

p. 226, i sensi di colpa del fratello maggiore, Cash, dopo l’internamento di Darl: “I ain’t so sho that ere a man has the right to say what is crazy and what ain’t. It’s like there was a fellow in every man that’s done a-past the sanity or the insanity, that watches the sane and the insane doings of that man with the same horror and the same astonishment”.

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