Dieci anni di laurea

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Mi sono laureata esattamente dieci anni fa. Ora più, ora meno: erano circa le 17 quando entrai in aula e ricordo che, appena seduta di fronte alla commissione, non ricordavo più neanche il mio nome. Iniziano, invece, a perdere vivezza il discorso che avevo preparato, i lazzi di uno dei due correlatori, le mie parole di risposta, il fiato sospeso di coloro che, alle mie spalle, assistevano.
Che posso dire di me, di questi dieci anni? Che ho lavorato quasi nove anni e mezzo, ma i contributi versati per la pensione (che non vedrò) equivalgono, per ragioni contabili il cui merito va ai governi che non hanno saputo affrontare la precarietà, a poco meno di sette anni.
Che ho imparato a insegnare, a guardare gli occhi di chi mi ascolta e capire quanto del mio percorso verbale riusciva comprensibile o interessante al mio uditorio; ho imparato a farmi in poche mosse un’idea della preparazione di chi dovevo interrogare, ho imparato a dare una scala di merito a questa preparazione. Ho imparato a sentirmi forte di quello che so senza avere l’esigenza di dimostrarlo tutto in una volta. E, negli occhi di studenti poco più giovani di me, ho imparato a essere più tollerante.
Ho imparato a leggere i libri dalla fine.
Ho imparato a fidarmi di meno, a offendermi di meno, ma a rispondere di più. Ho imparato che la modestia non è un valore, che l’ironia non è una dote, che un retaggio per certi versi innocuo e folkloristico come la scaramanzia può essere usato come un’arma.
Ho imparato a dimenticare tutto ciò che ho imparato per far spazio a nuove competenze – e poi scoprire che il metodo è sempre lo stesso, ovunque lo si applichi, perché il cervello è lo stesso, la voglia di studiare è la stessa, ma la necessità di riuscire diventa più grande.
Ho scoperto che si può lavorare 12 ore senza neanche pausa caffè, così come si può scaldare la sedia per 6 ore.
Ho capito che non è sempre necessario sorridere per salutare; mi sono sforzata di imparare che non è giusto essere cortese con chi non lo è. Ho imparato a difendere i miei spazi ma non ho ancora imparato ad aggredire (e a questo punto penso che non lo imparerò mai).
Ho capito che arriva un momento in cui smetti di essere figlio, per diventare adulto. Ma non so se ho ancora imparato bene ad esserlo.
Ho imparato a giocare proficuamente con le tecnologie informatiche, e questo mi ha permesso di condividere ciò che mi piace con persone che avrei voluto incontrare tra i banchi di scuola. Ho imparato a ridere in modo diverso. Ho imparato ad amare.

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