Mi odino, purché mi temano

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La mia professoressa di Latino, al liceo, era solita partire da 8 quando valutava i nostri compiti in classe e scalare mezzo voto per ogni errore. Io in Latino sono andata sempre piuttosto bene, anche se non riuscivo ad appassionarmici (diversamente, per esempio, dalla Fisica, che mi incuriosiva ma in cui non ero in grado di districarmi), ma all’inizio del quarto anno ebbi una flessione. Il venir meno alle mie stesse aspettative era fonte di grande imbarazzo per me (ero giuovane!) e quindi cercavo sempre di dare il massimo – o di attaccarmi al dettaglio.
Cosa che immancabilmente successe.
In una versione tradussi la congiunzione “dum” con “purché” anziché con il più comune “mentre”, perché avevo trovato una citazione sul vocabolario che mi aveva indirizzato in questo senso: la professoressa non approvò e puntualmente mi defalcò il mezzo voto, dandomi quindi un complessivo 6 e 1/2. Non potevo accettarlo! Protestai che avevo trovato un esempio che faceva proprio al caso mio e la professoressa, senza muovere un muscolo, disse con voce monocorde: “Se mi porti il vocabolario con l’indicazione del punto esatto cui fai riferimento, ti aggiungo il mezzo voto”. Sempre sia lodato il Castiglioni-Mariotti: rilessi tutta la definizione (lunghissima, come sempre per le congiunzioni) compulsando tutti gli esempi fino a ritrovare quello illuminante. Oderint dum metuant, frase dal sapore aforistico che si legge nel De officiis di Cicerone. Alla lezione successiva, recai meco il voluminoso puntello, con la sottolineatura in penna blu Corvina (che aveva una sfumatura di blu elettrico, mentre la Bic è sempre stata di un “insipido blupolizia”) della frase – ma ero molto poco sicura del risultato che avrei ottenuto. La professoressa, probabilmente divertita dalla mia ostinazione più che convinta di un suo giudizio affrettato, tenne fede ai patti e sostituì il 6 e 1/2 con il 7. Tornai al mio posto trionfante.

Qual è la morale della favola? Che sono una rompiballe? Questo si era capito anche da altri post del mio blog, non serve precisarlo! Probabilmente la morale è che bisogna esporre le proprie ragioni, prima di arrendersi. La morale è che bisogna essere accurati quando si fa il proprio lavoro, che si sia tra i banchi o in cattedra. La morale può essere, anche, non pretendere sempre il 150% da se stessi, ma imparare ad accettare le proprie défaillances. La morale, infine, è che essere “simpatici” non sempre giova: meglio essere antipatici, ma farsi rispettare – e questo, lo dice Cicerone, mica io.

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  1. Sai cosa? Uno, mi hanno sempre dato della puntigliosa – ma soprattutto della rompiballe. Due, ho un pessimo ricordo di quella carogna della mia ex professoressa di latino. Non solo ci teneva a partire dal nove (perché la perfezione non esiste diceva lei) per togliere il mezzo voto a errore, ma ci interrogava lasciandoci in piedi, parlando fra le cose dell’urna del marito sulla mensola del camino o del motivo per cui dovevamo odiare gli uomini – ma anche le donne. Insomma, ti ringrazio, non volendo hai vendicato anche me. E per la conclusione, hai ragione da vendere.

    • Ma allora era una Romantica! Le piaceva “Ode on a Grecian urn” di Keats!😀 Per il resto (il metro di valutazione, lo stile di interrogazione) la mia prof. era molto simile alla tua: chissà, forse quelle di una certa generazione le producevano in serie…
      Grazie per la lettura e il commento, mi ha divertita!

      • Ah… romanticissima… il rapporto con il marito lo ha ricordato praticamente tutti i giorni con dovizia di particolari, i fiori che le regalava, le belle parole. La ricordo abbastanza con terrore e non solo perché parlava spesso e volentieri di un vasto campionario di malattie anche mortali, ma perché la sua caratteristica fondamentale era una specie di ameba bianca in cima alla testa. Si, una ricrescita rigogliosissima sulla tinta rosso ramato, coperta due volte l’anno. Lasciamo stare la voce roca. Spero la tua professoressa non fosse altrettanto drammatica😉

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