Cinque Stelle più antiche che nuove

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Quanto c’è di realmente nuovo e quanto di antico nel movimento di Beppe Grillo? Il capo dei Cinque Stelle, insieme al suo ‘alter ego’ Casaleggio, tende a presentare se stesso come colui che guida il popolo verso la riscoperta di una condizione pura e originaria della democrazia fondata sulle libertà individuali un po’ secondo il modello idealizzato di Pericle. Una condizione che può fare a meno di tutte le mediazioni partitiche e anche istituzionali grazie al ricorso massiccio e risolutivo alle nuove tecnologie informatiche. Sappiamo che questa è la base del discorso pubblico ‘grillino’. Ma la realtà è assai meno eroica.
David Bidussa ha scritto un saggio breve e denso al riguardo, partendo dal punto chiave: nel ‘grillismo’ la novità è miscelata con massicce dosi di ‘antico’. E infatti nel calderone che il leader sapientemente mescola e rimescola convergono pulsioni, pregiudizi, frustrazioni, schemi culturali o sotto-culturali: tutto ciò che può giustificare e alimentare la retorica di una missione purificatrice, di una crociata contro la sordità della classe politica, ma che spesso ripropone una storia già sentita, un’esperienza già vissuta. In fondo stiamo assistendo a una nuova incarnazione dell’ “arci-italiano”, la figura che ha accompagnato in varie forme l’intera storia del Novecento. “Arci-italiano” è chi non ritiene di doversi emendare dai propri vizi ancestrali e pensa di non avere responsabilità di nulla. Sono gli altri, semmai, che devono adeguarsi: soprattutto gli “anti-italiani”, quanti ritengono che la nazione abbia l’urgenza di trasformarsi e riformarsi per assomigliare sul piano del costume politico e dell’educazione civica alle nazioni più progredite. Berlusconi, non c’è dubbio, ha interpretato a lungo una certa versione dell’ “arci-italiano” beffardo e opportunista, insofferente alle regole e attento ai propri interessi. Ed è vero che il movimento di Grillo si afferma in maniera impetuosa quando il ‘berlusconismo’ si avvia al tramonto. Ma nel fenomeno Cinque Stelle c’è molto di più, secondo una logica – bisogna riconoscerlo – senza precedenti in Europa.
Quello che Bidussa coglie bene è l’aspetto di de-responsabilizzazione e rinuncia all’analisi critica implicite nell’adesione al movimento. Che infatti esiste soprattutto nella sua dimensione elettorale, dal blog alla piazza, cioè nella raccolta del consenso. Il bene contro il male, “o noi o loro”. Poi la gestione quotidiana di tale consenso è un’altra storia. Allora interviene la teoria del complotto, dei ‘poteri forti’ sempre in agguato, delle congiure internazionali. Temi di destra e sinistra fusi in modo astuto e imprevedibile. E tanti convinti di essere incontaminati perché il leader ha scoperto l’arcano, le vere ragioni nascoste della crisi, e risolverà i problemi. È il nocciolo di una visione totalitaria, o meglio anarchico-totalitaria. Su questo e altro la ricognizione di Bidussa è convincente. Lo è un po’ meno quando, fra le radici dell’attuale anti-politica, egli colloca la polemica di Giuseppe Maranini, negli anni ’50, contro la partitocrazia. I fatti hanno dimostrato che proprio quella degenerazione ha devastato le istituzioni ed è fra le cause, anch’essa, del ‘grillismo’.

(Dalla rubrica “L’officina” a cura di Stefano Folli, sul “Sole 24 Ore” di domenica 18 maggio 2014. Una recensione più estesa del volume di Bidussa si trova sul sito di Lettera 43.)

 

 

Pippo Civati, 24maggio2014

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