(In)felicità pubblica degli Italiani

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Quando alla domanda “Lei è mai stato felice? Woody Allen ha risposto: “Mai più di sei ore di fila” ha detto qualcosa di profondamente vero su cos’è, e su cosa può essere e non possiamo illuderci che sia, la felicità di un singolo individuo. Sul piano c0llettivo e delle relazioni interpersonali, però, dovremmo essere in grado di puntare su qualcosa di più stabile e duraturo. E ciò è possibile solo se ci dotiamo di un sistema di istituzioni in grado di puntare decisamente al perseguimento della “pubblica felicità”. Benché oggi l’Italia non sia affatto ai primi posti nelle classifiche internazionali sulla felicità dei cittadini, è proprio nel nostro Paese che in età moderna appare per la prima volta, prima di Rousseau, un trattato intitolato Della pubblica felicità. Siamo nel 1749 e l’autore è Ludovico Muratori. Vi si trova un riferimento esplicito alla romana felicitas publica, cioè all’idea che esista un bene della società che non è semplicemente la somma del bene degli individui, come invece vorrebbero le diverse definizioni dell’utilitarismo.
Il concetto di pubblica felicità così concepito è profondamente legato a un’altra, poco conosciuta, specialità italiana: l’economia civile, che è il modo in cui viene chiamata la scienza economica in Italia nel Settecento. Venne elaborata a Napoli da Antonio Genovesi (1713-1769), primo cattedratico (1754) di economia nella storia e di cui ricorrono i 300 anni dalla nascita [l’articolo è apparso sul “Sole 24 Ore” di domenica 2 giugno 2013, ndEos]. Il 6 giugno a Roma,a seguito del grande convegno su “Public Happiness” (4-5 giugno 2023, con alcuni dei maggiori esperti sul tema del benessere soggettivo e delle politiche pubbliche), l’Istituto Luigi Sturzo organizza una giornata di studi su “Ragioni e sentimenti civili per un’economia e una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi”. E in questi giorni escono in libreria le Lezioni di economia civile di Genovesi, a cura di Francesca Dal Degan (ed. Vita e Pensiero). Gli Inglesi studiano la ricchezza, gli Italiani la felicità, scriveva Giuseppe Pecchio già negli anni venti dell’800. “Tutti i nostri economisti si occupano non tanto, come Adamo Smith, della ricchezza delle nazioni, quanto della felicità pubblica”, aggiungeva Achille Loria nel 1889. Ma era stato appunto Genovesi a dare impulso a questa tradizione: “È legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far anche quella degli altri”. E ancora oggi l’economia civile si propone di dare rilevanza alle dinamiche di riconoscimento dell’altro, alla creazione rilegami di fiducia e alla reciprocità, cioè a quei valori immateriali senza i quali l’economia non può funzionare in maniera stabile. “Nessuno sta male per molto tempo se non per colpa sua”, scriveva Montaigne riferendosi alla felicità individuale. Ma è una massima che vale anche per le nazioni. Anche l’incapacità di realizzare la pubblica felicità è imputabile a responsabilità ben precise.

Armando Massarenti

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