I nostri ragazzi

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Quando lessi la trama de I nostri ragazzi, film diretto da Ivano De Matteo, prima di scegliere se trascorrere così il mio sabato, mi sembrò una falsariga de Il capitale umano di Virzì, uscito nelle sale un annetto fa (o forse meno).
Lì come qui, c’è la rappresentazione di due famiglie, una alto- e una medio-borghese; lì come qui – con buona pace del femminismo – la moglie non lavora affatto (non ne ha bisogno!) o, quando lavora, si occupa di un ambito poco redditizio (Valeria Golino nel film di Virzì interpreta una psicologa della ASL; Giovanna Mezzogiorno, invece, per De Matteo è una guida turistica dell’Ara Pacis) e dunque è molto affettuosa con i giovani, anche quando non sono figli suoi. Lì come qui, il pretesto per raccontare le due famiglie è il legame di consuetudine affettiva tra i rispettivi figli: nell’un caso una relazione amorosa seppur effimera, nell’altro un rapporto di parentela; in entrambe le pellicole, la ragazza è più decisa, a volte brusca, ha ben chiaro ciò che vuole (anche se si tratta di obiettivi bislacchi) e per farlo manipola vergognosamente il ragazzo che incauto le si affida. Lì come qui, lo scenario è di totale mancanza di controllo del desiderio e del possesso, declinato in modi diversi e intercambiabili: controllo dell’avidità (che è il nucleo del film di Virzì, ambientato in Brianza ma ispirato a un romanzo americano); controllo della rabbia (che è il perno del film di De Matteo, che si svolge a Roma ma è l’adattamento di un romanzo olandese).
Perché consiglio la visione de I nostri ragazzi, allora?
Perché la conclusione mi è giunta inaspettata (ma non la svelerò): in una frase, questo film descrive la sociopatia elevata a sistema. C’è una violenza diffusa nei comportamenti quotidiani, introiettata attraverso mezzi ritenuti innocui (TV o internet) fino a sembrare normale. L’impressione della società italiana che si ricava dal film di De Matteo è di disperazione, ma non nel senso di estrema tristezza o sfiducia; disperazione nel senso di vuoto completo. Bene o male, nel Capitale umano la cattiveria ha un senso, la perversione un obiettivo: l’arricchimento; qui no, ed è per questo che mi risulta ancora più irragionevole, incomprensibile e, se possibile, violenta.

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