Scialoja e l’Urbe

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Scoprii Toti Scialoja nel corso di un convegno sul nonsense, qualche anno fa, e decisi di acquistare una raccolta di tutte le sue poesie. Mi piacque al punto che, per qualche tempo, progettai un articolo sulla riscrittura del bestiario di La Fontaine da parte di Scialoja; ma poi non ho avuto la concentrazione (la volontà?) di occuparmene.
Sul “Sole 24 Ore” di domenica 21 dicembre 2014 trovai questo suo componimento, datato 8 maggio 1981 e pubblicata nel volume collettivo Quale Roma? realizzato dal gruppo parlamentare Sinistra Indipendente. Scialoja non ripubblicò più questa poesia, che – pur nel linguaggio a lui congeniale – è una severa invettiva su Roma, sul gaddiano gnommero di connivenze e corruzioni che da decenni ne contraddistingue il governo laico e non solo (e ne abbiamo avute recenti prove).
Il testo è questo:

Ci tocca in sorte un’urbe
turpe per il suo carpe
diem corto e le sue turbe
con le torme di tarme
a tarlare le trombe
degli angeli e le tombe
perché sia morta l’arte
perché l’erba sia morchia
sotto quell’onda sorda
e lorda e cieca e certa
che a nessuno rimorda
tanta omertà se emerga
da una marea di merda.

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