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Femminismi

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Un giovane qualche giorno fa ha scritto sulla bacheca Facebook di un personaggio pubblico: “Voi donne dovreste imparare a essere meno femministe e noi uomini meno indecisi”.
D’accordo: il personaggio pubblico in questione è una (ultra)quarantenne rampante che scrive (a volte) con arguzia, ma che grazie alla Rete è assurta a trend setter (!), opinionista su cielo terra e ogni luogo – una che può offenderti come e quando vuole, ma se per ritorsione la cacci dal tuo locale ti sputtana su ogni sito internet su cui ha un profilo. La gentildonna ha scritto un post sulla festa di San Valentino il cui sunto è: “fate sentire donna la vostra donna, siate maschi, dio santo”.
D’accordo: il ragazzo in questione probabilmente avrà subito una delusione amorosa, magari a causa di una ragazza che ha ammantato di modernità e indipendenza una scelta egoistica e cinica.
Ma io purtroppo sono convinta che le piccole cose siano impregnate delle grandi: è per questo motivo, per esempio, che sono rimasta colpita da quest’analisi della canzone vincitrice di Sanremo 2016, Un giorno mi dirai dei peraltro incolori Stadio. E dunque mi chiedo: cos’ha fatto il femminismo per essere tanto vituperato? Sappiamo cosa vuol dire realmente essere “femministe”? Quante persone (donne incluse!) pensano che essere “femminista” equivalga a odiare gli uomini, a trattarli con disprezzo?
Come si dice in questo video dell’Huffington Post di qualche mese fa, essere una femminista sostanzialmente implica desiderare l’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi. Ossia:
– gestire in autonomia il proprio desiderio e scegliere liberamente la persona da amare;
– non essere mal giudicata se si sceglie di non avere figli, e al contempo non essere demansionata o licenziata se si sceglie di averne;
– poter votare;
– avere accesso a ogni grado di istruzione;
– essere pagata per un lavoro tanto quanto viene pagato un uomo per lo stesso lavoro;
– avere accesso a posti di governo e di responsabilità in generale.
Essere trattate come esseri umani e non come soprammobili.
Dunque, gentili esponenti del sesso maschile: è così atroce essere femministe? Non starete confondendo la spregiudicatezza, per non dire insensibilità, nei rapporti sentimentali (spregiudicatezza che da secoli impunemente praticate) con l’essere femministe? Oppure la vostra identità è così fragile, il vostro bisogno di conferme così smisurato da aver bisogno di incasellare le donne negli stereotipi che avete formulato, e da bollare con un “femminista” (quasi fosse un’offesa!) chi se ne distacca?
Dunque, gentili esponenti del sesso femminile: vi sembra così atroce essere ancora femministe? Davvero cento anni di lotte (fatte anche per noi, perché potessimo parlare in pubblico e sentirci in assoluto diritto di essere ascoltate) vi sono sfilate davanti in un soffio alla sola idea che sposarsi ed essere sottomesse siano gli unici valori? Davvero non vi rendete conto che la biologia (la Natura, se vi hanno insegnato a dire così) non ha niente a che vedere coi ruoli nella società e nella famiglia, niente a che spartire con gli atteggiamenti e la consapevolezza di sé?

Il maschilismo è come l’emofilia: attacca gli uomini ma è trasmessa dalle donne, che ne sono portatrici sane (Shirin Ebadi).

Vitasnella e la donna “perfetta”

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Ho letto un post di Lorella Zanardo sulla sua pagina Facebook “Il corpo delle donne” (che prende il nome dal documentario realizzato nel 2009 da lei e altri autori) a proposito del nuovo video dell’acqua minerale Vitasnella.
Ho visto anch’io quello spot a cinema: ne sono rimasta frastornata (perché è la pubblicità di un marchio e non una iniziativa pubblica?) e turbata (quante volte ci siamo sentite giudicate in questo modo, e quante volte abbiamo a nostra volta giudicato, quasi a perpetrare l’ingabbiamento per coazione a ripetere?).
Mi piace il post di commento della Zanardo, lo riporto.

Me stessa al meglio e Vitasnella
I cambiamenti possono partire solo dal basso: in seguito arriveranno le leggi a renderli duraturi ma se non comunichiamo il nostro parere e il nostro scontento, non attendiamoci che i cambiamenti avvengano.
 Giorni fa sono stata invitata al lancio di una nuova campagna pubblicitaria per l‘acqua Vitasnella, mi è stato chiesto di intervenire al dibattito.
 La campagna è qui, guardiamola e analizziamola.


– Buona notizia: c’è da essere contente/i del nostro lavoro, intendo di noi tutte/i: protestare, come dicevamo, serve. Saatchi and Saatchi, l’agenzia di pubblicità, ha evidentemente ascoltato le giovani donne sul web anche probabilmente attraverso ricerche ad hoc: la ragazza selezionata per il video è certamente carina, ma non rispecchia i terrificanti canoni imposti dai media negli ultimi anni: ha un fisico di struttura nella norma, non è eccessivamente magra né con seni finti enormi. E’ un cambiamento importante: viene proposto un corpo di giovane donna a figura intera, sapendo che verrà visto da milioni di persone comunicando in questo modo che “va bene così”. Per noi che qui ci occupiamo di analisi mediatica è un passo rilevante.
 Sappiamo che per molte/i, giovani in particolare, ciò che i media comunicano detta legge. Il fatto che un corpo “fuori norma mediatica” venga proposto in modo positivo è un segnale importante.
– stiamo assistendo ad un trend di cambiamento. In passato la linea DOVE e Always Procter and Gamble avevano intrapreso un cammino di ribellione: il primo rifiutando photoshop il secondo proponendo che le ragazze nella pre-adolescenza sono libere e solo più avanti nella vita vengono “ingabbiate” in stereotipi umilianti e omogeneizzanti.
– nella campagna Vitasnella interviene un elemento nuovo: il giudizio verbalizzato da chi guarda. E’ un’esperienza devastante. Come sappiamo lo sguardo giudica e ingabbia: può essere l’occhiata di nostra madre sulle nostre cosce, quella di un’amica sui nostri seni piccoli, di un amico sul nostro sedere. Il giudizio verbale rafforza quello emanato dallo sguardo.
Qui viene reso palese ciò che accade sempre più spesso nella vita reale e che conduce all’oggettivizzazione dei corpi e quel che è più grave ancora all’autoggettivizzazione. Cioè siamo noi stesse ad introiettare “quegli sguardi” e a renderli ferocemente autogiudicanti.
 Il fatto di averli qui estrinsecati porta tutte/i noi a riflettere su come i giudizi, non sempre espressi con malignità, possano ferire e pregiudicare la vita di molte. Contribuendo a costruire gabbie all’interno delle quali le ragazze sopravvivono.
– “ma è pur sempre un’azienda che ha un fine mercantile.” Sì, un’azienda, buona che sia la sua campagna pubblicitaria, ha un fine mercantile, cioè vuole e deve vendere. Alla fine di questo bel video appare il marchio Vitasnella a ricordarci l’obbiettivo.
Una campagna pubblicitaria così avrebbe potuta essere prodotta da Istituzioni dalla parte delle cittadine/i, dal Ministero Pari Opportunità. Non è accaduto.
Considerando che le ricerche ci dicono che le /i giovani si identificano sempre più nel brand cioè nel marchio, ben vengano queste campagne pubblicitarie.
 Noi intanto continuiamo a vigilare e a lavorare perché i nostri corpi, i corpi delle donne e ancor più delle ragazze, si esprimano liberi.

Il sessismo in un diario

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Senza commenti.

Un’anziana signora alla tirocinante: “Su, su, coraggio. Sei bellina e la gente l’attiri. Vedrai che qualcosa ti danno” (Paola). Vorrei avere un mantello magico che mi facesse apparire come un brutto grasso uomo di mezz’età, così mi lascerebbero in pace (ventenne al volante). Atleta maschio: bravo e potente. Atleta femmina: bella e brava (Tatiana). Quando uscivamo per strada i maschi fischiavano e fissavano. Non mi sono mai sentita tanto nuda (Giada). Quando arriva un nuovo collega: “Speriamo sia in gamba”. Quando arriva una nuova collega: “Speriamo abbia le tette grosse” (Ilaria). In un bar di Lugano: “Non assumiamo donne” (Lucrezia). In Tribunale, il giudice si rivolge al primo collega chiamandolo “professore”, al secondo chiamandolo “avvocato”, a me “signora”. La causa l’ho vinta lo stesso, ma gli uomini ti vedono sempre come una donna e non come una professionista (Clo).
Nell’aprile di due anni fa Laura Bates, inglese, 27 anni, laurea in Inglese a Cambridge, decise di tenere un diario di bordo del sessismo e aprì un blog dove invitava le donne a raccontare gli episodi che le vedevano coinvolte: dalle battute stupide alle piccole umiliazioni, fino alle discriminazioni e molestie vere e proprie. L’ha chiamato Everyday Sexism e da allora più di cinquantamila donne da tutto il mondo hanno condiviso le loro storie sul sito (qui sono riportate alcune riferite all’Italia), spaziando dall’infanzia ai posti di lavoro, dalla maternità al trattamento dei media e dei social network. Laura Bates è stata nominata dalla BBC una delle dieci persone più influenti in UK. Ora è uscito il suo libro, dedicato a chi pensa che ormai la parità tra uomini e donne è raggiunta. Se siete di sesso maschile vi indignerete e proverete vergogna per i vostri simili. Se siete di sesso femminile vi ritroverete in molte di queste storie, e vi verrà voglia di aggiungere le vostre. E scoprirete che le donne maschiliste sono tante e hanno gravi colpe.

(Caterina Soffici, Letture facoltative, “Sole 24 Ore” di domenica 4 maggio 2014)

Le femmine e le donne

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A più riprese, in questo blog, mi sono soffermata sul ruolo della donna nella società italiana contemporanea. Più volte mi sono detta stupita e scandalizzata dalla pochezza, dalla volgarità, dalla cattiveria con cui molti uomini italiani sminuiscono, con atteggiamenti che coinvolgono le scelte tanto politiche e ‘teoretiche’ quanto quotidiane e banali, la presenza femminile.
Ma oggi.
Oggi non so più che dire. Non ho difese. Certo, da una prostituta non ti aspetteresti mai che dicesse “sì, sono una prostituta, ho fatto delle scelte discutibili e conduco una vita di merda”. Ma sentire questa prostituta d’alto bordo, tale Terry De Nicolò (ancora una volta, Bari che affonda…) che assurge a maîtresse (eh sì) à penser di una condotta di vita che dovrebbe essere di tutti – in barba alla legge, in barba alla convivenza civile, in barba alla perequazione – beh, mi abbatte, mi sconforta totalmente.
Riporto uno stralcio di un post letto ieri sul blog “Informare per resistere” a firma di Lucia del Grosso:

Terry De Nicolò più che una donna è una metafora, è il riassunto di un’epoca e della sua condizione femminile […]. Le metafore non hanno uno sguardo sul mondo, sono uno sguardo del mondo, come Terry, l’arrogante e sicura Terry che pensa di essere l’artefice del suo destino, di avere le redini della sua vita, di saper valorizzare bene i suoi talenti, e non si accorge invece di essere un prodotto.
[L’indirizzo dell’intero post è: http://informarexresistere.fr/2011/09/19/la-morale-di-terry/]

Avrei voluto, anche, selezionare un passo dell’articolo di Concita De Gregorio, pubblicato su “La Repubblica” sempre di ieri 19 settembre: ma non riesco a isolarne una frase assolutamente icastica, credo sia da leggere per intero.

Il trattatello immorale della signorina Terry

No, non è gossip. È un trattato di antropologia culturale quello che Terry De Nicolò, probabilmente Teresa, consegna al suo intervistatore in un video che da giorni migliaia e migliaia di persone stanno scaricando in rete. Un trattatello immorale in dieci semplicissimi punti, l´abbecedario della mutazione genetica di cui Pier Paolo Pasolini fu profeta e Silvio Berlusconi responsabile, per un trentennio suadente magnaccia. Colpevole del delitto politico di istigazione alla prostituzione di una generazione intera, corruttore morale e culturale di un Paese.
Sconcertante, ipnotica nel suo non essere mai sfiorata dal dubbio, semplicemente sicura di essere nel giusto la ragazza barese che ha trascorso le sue notti a pagamento in letti di destra e di sinistra fino ad arrivare al Letto Supremo espone in dieci minuti la quintessenza del berlusconismo. Parla all´Italia e molta parte dell´Italia – bisogna dirlo molto chiaro, questo – la trova ragionevole. Una ragazza che sa quello che vuole, che sa stare al mondo. Del resto, molta parte dell´Italia politica, da diverse latitudini, le ha dato ragione. Dunque no, non faremo troppi pettegolezzi anzi non ne faremo alcuno. Semplicemente proviamo a decifrare le parole di una ragazza di vent´anni che ci spiega come si vive nel Paese in cui abitiamo, l´Italia com´è diventata.
Dice Terry De Nicolò che «Tarantini è un imprenditore di grande successo, un mito». L´uomo che ha messo a verbale che «le donne e la cocaina favoriscono gli affari», che ha barattato prostitute in cambio di appalti, che con la moglie ha messo in piedi una ragnatela di ricatti per i quali è oggi agli arresti, è «uno che è riuscito ad arrivare all´apice, e non è da tutti». È stato bravissimo e lo è, perché lui «ha vissuto giorni da leone mentre gli altri vivono 100 anni da pecora». Mussolinianamente, un mito. Se ora si trova nei pasticci è per via «dell´invidia, sono tutti invidiosi, è tutto mosso solo dall´invidia». Quindi, il sottotesto è: quello che conta è arrivare all´apice. Non importa come, anzi bisogna sapere come – con le donne, la cocaina, il ricatto – e semplicemente farlo. Non esiste un problema di rispetto delle leggi, esiste la legge di natura, che è la seguente: «Quando sei onesto non fai grande business, rimani nel piccolo. Se vuoi arrivare in alto devi rischiare in proprio, devi rischiare il culo. Per avere successo devi passare sui cadaveri degli altri ed è giusto che sia così». È giusto che sia così. Chi lo nega non è mosso da una diversa visione delle relazioni fra gli uomini ma da un risentimento personale: è invidioso, perché tutti potendo farebbero come Berlusconi, se non lo fanno è perché non possono.
Difatti la sinistra «ha rotto le palle» con questa «idea moralista che tutti devono guadagnare duemila euro, tutti devono avere i diritti». Eccheppalle, i diritti. «Se vuoi guadagnare ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo. Ti devi vendere tua madre. È così». Dunque apparentemente l´alternativa è guadagnare due o ventimila euro al mese, ventimila essendo la cifra appropriata al bisogno di ciascuno. Qui va detto che l´esegeta del berlusconismo dimostra pochissima conoscenza di un Paese in cui anche i duemila sono per una moltitudine una chimera. Ma è un difetto di dettaglio. Dunque, abbiamo detto: rischiare il culo e vendere tua madre. Si fa così. A sinistra, garantisce la ragazza che ne ha contezza, è lo stesso: «Solo che sono più loffi e non pagano». Fra l´originale e la copia è sempre meglio l´originale. Difatti per andare dall´Imperatore devi mettere una collana di smeraldi, «per andare con Frisullo ti puoi anche mettere la collanina dei cinesi». E veniamo dunque al cuore della questione: la prostituzione. Le donne usate come tangenti, retribuite per fare sesso: pagate in denaro, in seggi, in consulenze a Finmeccanica, in posti al parlamento o all´europarlamento e anche di più. E allora? Il problema qual è? Dice De Nicolò: «La bellezza, come dice Sgarbi, è un valore. È come la bravura di un medico. Se sei bella e ti vuoi vendere devi poterlo fare. Se sei racchia e fai schifo devi stare a casa. È così da che mondo è mondo. Tutte queste storie sul ruolo delle donne, che palle, quelle che non lo vogliono fare stiano a casa e non rompano i coglioni». Cioè: se una ha belle gambe non ha altri problemi della vita, ogni donna è seduta sulla sua fortuna come scrivono persino certi editorialisti, le belle vendono la patonza come i dottori la loro sapienza e finita lì. Le racchie a casa, a meno che non vogliano investire sul futuro: che significa farsi la quinta di reggiseno dal chirurgo e tirarsi un po´ su le natiche. Una piccola spesa che vale la partita, l´Esteta apprezzerà e ti retribuirà per questo. L´Esteta, dice proprio così Terry De Nicolò, è l´Imperatore: «Davanti all´Imperatore non ti puoi presentare con una pezza da cento euro, devi avere minimo un abito di Prada. Perché lui è un esteta, apprezza la bellezza».
A chi dovesse obiettare che si tratta “solo” delle opinioni di una prostituta faremo osservare alcuni dati di cronaca recente. Nei licei le ragazzine di sedici anni – non tutte, parecchie – hanno il book fotografico. Delle ragazze che visitano palazzo Grazioli una viene accompagnata in auto dal padre. Il genitore di una di quelle non ammesse minaccia di darsi fuoco. La madre della giovane che dal bagno del presidente del Consiglio la chiama per dire “mamma indovina dove sono” le risponde brava anziché chiamare la polizia. Il fratello della presunta fidanzata del premier, un giovane dell´hinterland torinese, famiglia operaia, alla domanda: è proprio sua sorella la fortunata? risponde «magari». La professoressa della scuola di Noemi Letizia, all´epoca minorenne, intervistata in tv dice «chi non vorrebbe essere amica di un uomo così potente?». Certo, naturalmente: non tutta l´Italia è così. Non tutte le ragazze sono in fila per accedere al lettone di Putin, la manifestazione delle donne di febbraio lo ha mostrato. Tuttavia ce n´è abbastanza per dire che un modello di vita si è imposto, in questi anni. È il modello della prostituzione. È da sfigati dire che compito di un uomo di governo non è “foraggiare” le prostitute con buste da diecimila euro ma offrire loro possibilità alternative di vita e di lavoro. Se poi si azzardano a dare voti ai loro amanti, come Manuela Arcuri fa alle Iene, vengono depennate come volgari. Volgare cosa? Istigare alla prostituzione o piegarsi alla legge di mercato? In definitiva, volgare è dare voti sfogliando il catalogo degli uomini di cui si è fatta esperienza. «Questo ha fatto cilecca», ha detto ridendo Manuela Arcuri, ed è stata per questa colpa esclusa dalla lista. Più del giudizio dei tribunali l´Esteta teme, si vede, quello delle sue concubine. Nel tempo di cui l´Imperatore detta le regole, l´impotenza è il solo fallimento intollerabile. A Terry De Nicolò, tribunale supremo, l´ultima parola.

Patrizia D’Addario a “Annozero”

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Di Annozero di ieri sera ho visto la requisitoria iniziale di Santoro sui tempi e i modi della propria trasmissione; poi, l’intervista alla Montereale, troppo ingenua per essere sincera. Ho optato, di lì a poco, per la registrazione delle puntate di Parla con me delle due sere precedenti, e mi sono ri-collegata alla trasmissione proprio nel momento in cui Stefano Bianco intervistava la D’Addario. Che dire: ha ragione lei. Spiego cosa intendo.
Ha ragione lei perché se il sistema è marcio, tanto vale sfruttarlo. Se il sistema ci vuole prost…rate al maschio di turno, al potente del momento, beh, facciamolo. Diceva ieri sera in trasmissione la pseudofemminista vestita da velina: “Stiamo educando i compagni (?) a vederci come esseri umani, prima che donne”. Sbagliato. Non possono vederci come esseri umani perché 25 anni di televisione li hanno portati a considerare il genere femminile pari a Lo stupro di René Magritte.

 

Non credo del tutto a quello che ho scritto. Ma voglio farvi incazzare quanto sono incazzata io.

Gad Lerner – “La Repubblica” del 25 maggio ’09

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Le donne e il don Rodrigo del Duemila (leggibile anche su: http://www.gadlerner.it/2009/05/25/le-donne-e-il-don-rodrigo-del-duemila.html)
Forse ora la smetterà d’insistere sulla propria esuberanza sessuale, sulle belle signore da palpare anche tra le macerie del terremoto e sulle veline che purtroppo non sempre può portarsi dietro. A quasi 73 anni d’età, Silvio Berlusconi si trova per la prima volta in vita sua a fare davvero i conti con l’universo femminile così come lui l’ha fantasticato, fino a permearne la cultura popolare di massa di questo Paese. Lui, per definizione il più amato dalle donne, sente che qualcosa sta incrinandosi nel suo antiquato rapporto con loro.
Le telefonate notturne a una ragazzina, irrompendo con la sproporzione del suo potere – come un don Rodrigo del Duemila – dentro quella vita che ne uscirà sconvolta. E poi il jet privato che le trasporta a gruppi in Sardegna per fare da ornamento alle feste del signore e dei suoi bravi. Ricompensate con monili ma soprattutto con aspettative di carriera, di sistemazione. L’immaginario cui lo stesso Berlusconi ha sempre alluso nei suoi discorsi pubblici è in fondo quello di un’Italietta anni Cinquanta, la stagione della sua gioventù: vitelloni e case d’appuntamento; conquista e sottomissione; il corpo femminile come meta ossessiva; la complicità maschile nell’avventura come primo distintivo di potere. Nel mezzo secolo che intercorre fra le “quindicine” nei casini e l’uso improprio dei “book” fotografici di Emilio Fede, riconosciamo una generazione di italiani poco evoluta, grossolana nell’esercizio del potere.
Di recente Lorella Zanardo e Marco Maldi Chindemi hanno riunito in un documentario di 25 minuti le modalità ordinarie con cui il corpo femminile viene presentato ogni giorno e a ogni ora dalle nostre televisioni, con una ripetitiva estetica da strip club che le differenzia dalle altre televisioni occidentali non perché altrove manchino esempi simili, ma perché da nessuna parte si tratta come da noi dell’unico modello femminile proposto in tv. La visione di questa sequenza di immagini e dialoghi è davvero impressionante (consiglio di scaricarla da
www.ilcorpodelledonne.com. Viene da pensare che nell’Italia clericale del “si fa ma non si dice” l’unico passo avanti compiuto nella rappresentazione della donna sia stato di tipo tecnologico: plastificazione dei corpi, annullamento dei volti e con essi delle personalità, fino a esasperare il ruolo subalterno, spesso umiliante, destinato nella vetrina popolare quotidiana alla figura femminile senza cervello. Cosce da marchiare come prosciutti negli spettacoli di prima serata, con risate di sottofondo e senza rivolta alcuna delle professioniste, neppure quando uno dopo l’altro si sono susseguiti gli scandali tipicamente italiani denominati Vallettopoli.
In tale contesto ha prosperato il mito del leader sciupafemmine, invidiabile anche per questo. Fiducioso di godere della complicità maschile, ma anche della rassegnata subalternità di coloro fra le donne che non possano aspirare a farsi desiderare come veline.
Tale è stata finora l’assuefazione a un modello unico femminile – parossistico e come tale improponibile negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Spagna – da far sembrare audacissima la denuncia del “velinismo politico” quando l’ha proposta su “FareFuturo” la professoressa Sofia Ventura. Come se la rappresentazione degradante della donna nella cultura di massa non avesse niente a che fare con la cronica limitazione italiana nell’accesso di personalità femminili a incarichi di vertice. Una strozzatura che paghiamo perfino in termini di crescita economica, oltre che civile.
Così le ormai numerose indiscrezioni sugli “spettacolini” imbanditi nelle residenze private di Berlusconi in stile harem – mai smentite, sempre censurate dalle tv di regime – confermano la gravità della denuncia di Veronica Lario: “Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica”. Una sistematica offesa alla dignità della donna italiana resa possibile dal fatto che “per una strana alchimia il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore”.
Logica vorrebbe che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia tale indulgenza venga meno. La cultura misogina di cui è intriso il padrone d’Italia –ma insieme a lui vasti settori della società- risulta anacronistica e quindi destinata a andare in crisi. Si rivela inadeguata al governo di una nazione moderna.
Convinto di poter dominare dall’alto, con l’aiuto dei suoi bravi mediatici, anche una realtà divenuta plateale, l’anziano don Rodrigo del Duemila per la prima volta rischia di inciampare sul terreno che gli è più congeniale: l’onnipotenza seduttiva, la cavalcata del desiderio. L’incantesimo si è rotto, non a caso, per opera di una donna.

“Ne uccide più la violenza domestica della mafia”

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Che fine stiamo facendo, noi donne? Si stava davvero meglio quando si stava peggio?
Quando sono stata in Albania a maggio, ho conosciuto l’attore e regista barlettano Gianpiero Borgia, che a cena mi disse, suadente e sarcastico: Voi donne volevate la parità, avete ottenuto solo l’uguaglianza. Quando gli feci notare che per le donne lavorare non era un puntiglio, ma la dimostrazione che esistono pari capacità intellettuali e professionali, allora si scusò per essere sembrato maschilista. E precisò: La richiesta legittima era quella di pari opportunità di accesso e di movimento, ma vi siete involgarite, incarognite, siete diventate violente come gli uomini e avete perso la vostra funzione antropologica di civilizzazione dell’istintualità (ma non credo che Gianpiero abbia usato queste parole precise).

Ma io non capisco: è possibile che la sola rivoluzione sessuale e l’indipendenza lavorativa sessantottesche abbiano ‘creato’ da un lato adolescenti smandrappate e, dall’altro, uomini per cui l’unica, innegabile manifestazione di virilità è la brutalità, sessuale e psicologica?

Il diritto di scegliere

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… e il dovere della Chiesa e degli (sciasciani) “ominicchi” di star fuori da questioni che non capiscono!!!
Copio dai rispettivi siti e devotamente incollo (come farei sul mio quaderno delle meditazioni) gli articoli di Magris e quello di risposta di Lea Melandri… e lascio la meditazione a chi legge!
Bobbio e l’aborto
di Claudio Magris – Il Corriere della Sera – 19 febbraio 2008

Nel clamore delle polemiche sull’aborto c’è un grande quasi dimenticato: Norberto Bobbio. L’8 maggio del 1981, alla vigilia del referendum, il maestro laico di diritto e libertà — che ha manifestato sempre il più grande rispetto e anzi interesse per la fede, che non ha mai pensato di definirsi con tracotanza ateo ma, per coerenza e appunto per rispetto, ha ritenuto doveroso rinunciare ai funerali religiosi — rilasciò a Giulio Nascimbeni, il carissimo amico scomparso di recente, un’intervista per il Corriere della Sera. In essa, con pacatezza e anzi con disagio («è un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri») ribadiva «il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. E’ lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione del-l’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto ».

Si soffermava sulla «scelta sempre dolorosa fra diritti incompatibili», ribadendo che «il primo, quello del concepito, è fondamentale», in quanto «con l’aborto si dispone di una vita altrui». Affermava la necessità di evitare il concepimento non voluto e non gradito; e concludeva, rispondendo a Nascimbeni: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

Perché, in un momento in cui si cerca non di toccare la legge 194 — cosa che dovrebbe tranquillizzare tutti, perché è essa che consente di abortire, dichiarando peraltro esplicitamente che l’interruzione della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite— bensì di creare una cultura consapevole della realtà dell’aborto, così pochi (tra i quali il Foglio) ricordano Norberto Bobbio e queste sue parole di assoluta chiarezza, molto più difficili da dire allora che non oggi? Forse perché dette in tono pacato, problematico, con l’animo di chi aborre le eccitazioni collettive e le scalmane di piazza, mentre oggi prevale chi le ama e se ne inebria, anche quando si rivolgono contro di lui, ed è felice solo nella ressa dello scontro, nel fumo della battaglia (peraltro poco pericolosa), che invece poco si addice alla ritrosia subalpina di gente come Bobbio o Einaudi?

Le discussioni di oggi sono altamente meritorie, perché aiutano, contro ogni pigrizia e viltà mentale, a guardare in faccia cos’è l’aborto. Visto che nessuno vuole toccare la legge 194, nessuno dovrebbe protestare contro queste discussioni, a meno che non sia un entusiasta dell’aborto. Visto che nessuno vuol toccare la legge 194, non ha senso presentare una lista elettorale che si proponga di andare al Parlamento solo per non fare leggi; per creare e diffondere una cultura dei diritti di ogni individuo, in tutte le fasi della sua vita, il luogo non è il Parlamento, bensì la società, il dibattito, l’agorà.

E’ ciò che sta giustamente accadendo, e non solo per le iniziative di Giuliano Ferrara ma anche e già prima con alcune interessantissime e innovatrici riflessioni di intellettuali e scrittrici femministe — ad esempio Alessandra Di Pietro, Paola Tavella, Anna Bravo o Maria Carminati — le quali, senza rinnegare alcuna loro battaglia, affrontano in modo libero e originale i valori della maternità e della vita. Anche in merito a ciò che spetta al dibattito pubblico e a ciò che spetta al Parlamento, la chiarezza di un Bobbio, con la sua straordinaria arte di distinguere le cose e gli ambiti, sarebbe preziosa ma non è forse gradita. Oppure non si ricordano quelle parole di Bobbio in difesa del concepito perché dà fastidio che sia stato un non-praticante, estraneo o quanto meno esterno alla Chiesa cattolica, a pronunciarle?

Magris, Bobbio e la violenza del pensiero maschile
di Lea Melandri – Liberazione – 20 febbraio 2008
Non ho mai avuto dubbi che, dietro il «tono pacato e problematico» della buona cultura si potessero nascondere «i fumi della battaglia», né che le parole sapientemente miscellate di ragionamenti contraddittori di un intellettuale, potessero colpire più a fondo, e in modo più insidioso, della rabbia che si esprime nello «scontro» e nelle «scalmane di piazza». L’editoriale di Claudio Magris, uscito sul Corriere della sera di ieri su “Bobbio e l’aborto”, fa quasi rimpiangere l’ira scomposta di Giuliano Ferrara, il giustiziere di dio che spera di portare in parlamento un drappello di crociati contro le madri “assassine”. I paladini dei “figli non nati” devono essere davvero a corto di argomenti se sentono il bisogno di aggrapparsi ai “padri nobili” della nazione – il richiamo a Bobbio era già stato fatto tempo fa sul Foglio di Ferrara – se devono ricorrere, per conculcare diritti e libertà delle donne ai grandi “maestri” della democrazia.
Ma è proprio la cordata degli “onesti” pensatori “laici”, atei senza “tracotanza”, “rispettosi della fede” – più ancora che i poco credibili “atei devoti” – a rivelare la misoginia profonda di una cultura maschile che si ripresenta quasi inalterata sia nelle posizioni dei laici che in quella del cattolicesimo più integralista. La “difesa del concepito”, del “diritto a nascere”, così come l’accostamento tra aborto e pena di morte, compaiono già nell’intervista di Bobbio al Corriere della sera del maggio 1981, quindi molto prima che si arrivasse all’art.1 della Legge 40, sulla personalità giuridica dell’embrione, alla campagna sulla “moratoria dell’aborto” di Ferrara, e agli interventi della chiesa sulla Legge 194.
Se la «pacatezza e il disagio» di Bobbio, che mancano a Ferrara, esultante di felicità per la sua “missione”, sembrano all’apparenza dar testimonianza che è possibile, come si augura Magris, «creare una cultura consapevole della realtà dell’aborto», il giudizio che emerge da quella intervista è sotto certi aspetti molto più violento. Violento è, innanzitutto, che gli uomini possano mettersi «a guardare in faccia l’aborto», e non la donna che ne è protagonista, che parlino di un «conflitto di diritti e doveri», quando il vero conflitto, quello che sta monte di ogni legge, è il rapporto di potere tra i sessi. Violento è che si ergano a difesa dei «valori della maternità e della vita», senza dire di quanti stupri, quante maternità non volute, quante morti per aborto o per parto, è stata causa la sessualità maschile, un potere fecondante scambiato per “potenza virile”, un atto d’amore trasformato in prova di forza, di controllo e di dominio. Di «consapevolezza» qui se ne vede ben poca, e di «originalità» ancora meno, se l’annaspare in difesa della vita «non nata» – con la preoccupazione evidente di separare fin dal principio la sorte del figlio dalle decisioni della madre, di garantirsi una nascita fuori dalla pericolosa indistinzione col corpo di lei – è un muoversi tra affermazioni contraddittorie, tra colpi ben assestati e cautele, tra «imperativi categorici» e concessioni alla parte avversa.
Cosa significa che «si può parlare di depenalizzazione dell’aborto» – stando alle parole di Bobbio – o affermare, come fa Magris, che «si cerca di non toccare la 194», e poi aggiungere che di fronte all’aborto «non si può essere moralmente indifferenti», un eufemismo per dire, come poi precisano entrambi, che «il diritto fondamentale è quello del concepito a nascere», che con l’aborto «si dispone di una vita altrui», e che è un «onore» sostenere che «non si deve uccidere»? Ferrara, in modo più esplicito, parla di «omicidio perfetto» e di «assassine». Qui invece il soggetto, al centro di una dotta disputa su «diritti e doveri», è prudentemente taciuto. Che si stia parlando prima di tutto di una donna, e della storia millenaria di violenze che è passata sulla sua “vita-non vita”, perché mai considerata “persona”, ma solo “risorsa” da sfruttare o sogno infantile di paradisi perduti, su un corpo costretto, proprio per la sua capacità biologica di far figli a incarnare per sempre la finitezza del destino naturale degli umani, di questa storia i “maestri” della “città dell’uomo” non parlano.
Non sanno, non vogliono, o sono ottenebrati dal «privilegio» di aver avuto da sempre le donne “per sé”, disponibili tra le mura di casa, attente ai loro bisogni come alla loro felicità.
In una intervista rilasciata qualche anno prima della sua morte, Bobbio, abbandonato il tono solenne del «maestro di diritti e libertà», era di questa dedizione femminile, conforto ai mali e alla solitudine della vecchiaia, che parlava, elogiando le donne della sua famiglia. Tanto fervore da parte maschile sui «valori della maternità» lascia il sospetto, sempre più manifesto, che, a inquietarli fino a una dichiarazione aperta di guerra psicologica e politica, siano la “nascita” delle donne come persone – e non funzioni riproduttive, lavoratrici domestiche senza compenso, “curatrici” di bisogni e affetti – e la libertà con cui stanno svincolando i loro corpi, la loro vita psichica e intellettuale dalle gabbie entro cui sono riuscite, nonostante tutto, a sopravvivere.

Le pupe e le secchione

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Quasi dimenticavo!!! Non potevo, non posso fare a meno di ricopiare qui la lettera di Mila Spicola pubblicata su “Repubblica” di ieri!
“Se il mio fondoschiena vale più di due lauree”

CARO DIRETTORE, ad Adrian Michaels che sul Financial Times critica il trionfo di veline e donne nude in Italia vorrei dire che il problema non è femminile. Non è tanto il femminismo ad aver fatto passi da gigante però all’indietro, semmai è il maschilismo italo-pakistano (per parafrasare una recente affermazione di Giuliano Amato) che ormai troneggia da tutte le parti.
Per come la vedo io, la signorina Canalis ha raggiunto benissimo il suo obiettivo e cioè successo e soldi e alzi la mano chi tra le donne non rinuncerebbe al proprio stipendiuccio e ad un po’ di amor proprio femminile se gli mettessero sul piatto un milione di euro per mostrarsi sorridente… ma anche un uomo direi, no? Della serie: chi è più scemo signor Michaels, la Canalis o chi le va dietro?
Per quel che mi riguarda, sono problemi che vivo ogni giorno, ma davvero ogni giorno. Ho 39 anni, sono single, due lauree, (una in architettura e una in conservazione dei beni architettonici), due master, uno in economia e uno in studi storici, una specializzazione in consolidamento, un dottorato di ricerca e … un gran bel fondoschiena.
Ebbene sì, signori miei, il mio primo impatto con la classe “maschio italico” è sempre il suo sguardo insistente su quella “qualità” (a meno che non mi metto un bel burka) della quale io non ho nessun merito; nonostante il mio quoziente intellettivo, la mia cultura, la mia ironia, eccetera… ho un bel affannarmi a parlar di politica, a ricostruire le tappe del disfacimento etico della nostra attuale società, a discutere dei massimi sistemi, di pensioni, di Mozart, di cuneo fiscale, di travi in precompresso… La replica , nel migliore dei casi, è sempre “pure intelligente…” e sorrisino, nel peggiore uno sbadiglio.
E io penso: ma davvero sono così poveri di spirito? Poveri di argomenti con l’altro sesso? Assolutamente incapaci di confrontarsi su altri terreni che non siano quelli delle schermaglie sessuali? o anche amorose? In ogni caso la mia idea è, tranne qualche valida eccezione, “penso di te che sei solo uno scemo” e dio solo sa quanto vorrei essere smentita, visti i problemi che vivo. So anche che chi legge questa mail, se è un uomo, ha già alzato il ciglio. Potrei metterci la mano sul fuoco, così come lui poserebbe felice la mano su un mio gluteo. Scusatemi se sono sfrontata.
Allora io mi chiedo, cosa dovremmo fare noi mamme italiane con questi ragazzini maschi? perché il problema sono fondamentalmente loro; annegarli da piccoli? buttarli giù dalla rupe tarpea della selezione intellettuale? fargli sistemare la cameretta già a 8 anni così da capire che la parola “maschio” andrebbe sostituita con quella di “persona”?
Delle donne italiane caro signore, mi preoccuperei di meno. Le statistiche le danno sempre più brave nei risultati a scuola, sempre più agguerrite, più flessibili, più forti, forse sempre meno fornite di scrupoli… ma lei mi insegna: in una giungla di uomini davvero poco evoluti almeno tentano di ottenere qualcosa sfruttando le armi che rimangono loro. Quasi tutte le signorine svestite sono ben più consapevoli di quello che fanno , sicuramente il doppio anche del preparato professore che fa zapping in tv e si sofferma ad ammirarle. “Che male c’è?”, direbbe la ragazza, ma anche il professore.
Ovviamente ho esagerato, ovviamente sono d’accordo con lei nel giudicare davvero orrendo, mortificante dell’intelligenza umana, un tale costume, un tale andazzo… ma toglierei da parte sua l’accento solo sulle donne e lo sposterei su ragioni e cause ben più complesse e variegate.
Lo sposterei sulla totale deriva di tutti i media italiani. Lasciamo perdere la tv, sulla quale si aprirebbe il baratro da lei già prospettato, ma, se lei si connette con la home page di un qualunque quotidiano sul web, a partire anche da Repubblica, troverà sempre una bella ragazza, possibilmente svestita, ben in vista. Immagino anche chi le sceglie tali foto: si tratterà di un solerte giornalista… di sesso maschile, al quale la redazione avrà detto “una bella fighetta ci sta benissimo, attira l’attenzione”; ancora troppo sfrontata? Del resto in Italia i giornali non fanno giornalismo, fanno mercato, e la domanda di tette e fondoschiena in vista è altissima.
Qua, caro signor Michaels, si tratta di vendere. Mica roba da poco. E gli uomini sono davvero come i bimbi mi sa, sembra un luogo comune e mi vergogno quasi a scriverlo. Del resto in Francia ha destato scalpore il servizio realizzato su una rivista di moda su una brava donna politica. Siamo alle solite: è più facile il compartimento stagno della bella/elegante/scema e brutta/malvestita/autorevole ergo intelligente. Bambini, indubbiamente. La complessità, signori miei è sempre più bandita, è sempre più difficile da accettare, da comunicare, da vendere.
Se io vado in cantiere con i tacchi a spillo attiro l’attenzione… non perché vado contro il decreto sulla 494, ma perché ho pur sempre una bella caviglia… e mi sogno di poter essere presa sul serio nel dare indicazioni sull’impianto elettrico.
Se dico queste cose ad un uomo, o affronto un discorso del genere il meno che mi replica, è già successo del resto, è “cavolo quanto sei acida”. Ma io non sono acida, sono peggio: furiosa. E a quel punto sapete come diventerei? petulante e nevrotica… o meglio… magari oggi ho il ciclo. E festa finita.