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Dizionario di coppia

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Forse questo blog ultimamente è troppo serio… per sdrammatizzare, ho pensato a questo (vecchio: è del 4 aprile 2015!) articolo di Vittorio Zucconi, apparso su “D” di Repubblica.

 

Superata anche quest’anno da settimane, senza che sia cambiato nulla, la Giornata della donna (se c’è bisogno di una giornata speciale, del resto, è sempre brutto segno) resta, per la confusa porzione maschile dell’umanità il mistero della comunicazione femminile. Cosa davvero intendono dire le donne, maestre del linguaggio ellittico, crittografato, allusivo? Cosa capiamo noi maschi, quando ci parlano e, occasionalmente, le ascoltiamo? L’Università della Pennsylvania, una di quelle col pedigree della Ivy League, dunque non una rivista da parrucchiere, ha tentato di costruire un dizionario semiserio per la traduzione dal “femminese” attraverso interviste, focus group, ricerche. Ecco dunque alcuni esempi della differenza fra “lei dice” e “lei intende davvero”.

“Abbiamo bisogno di…”(traduzione: voglio).
“Fai come vuoi” (la pagherai più tardi).
“Dobbiamo parlare” (mi devo lamentare).
“Non sono arrabbiata” (certo che lo sono, scemo).
“Sei molto virile” (puzzi di sudore e sei troppo peloso).
“Come sei premuroso stasera” (sempre al sesso, pensi).
“Un minuto e sono pronta” (tanto so che mi aspetti).
“Dobbiamo comunicare” (ed essere d’accordo con me).
“Non sto gridando” (grido solo perché è una cosa importante).
“No”(no).
“Sì” (no).
“Forse”(no).
“Sii romantico, spegni la luce” (ho una cellulite orrenda).
“Ho bisogno del mio spazio”(senza te in quello spazio).
“Pizza va benone” (accattone col braccino corto che sei).
“Esco con le mie amiche” (e passeremo la serata a ridere di te e dei tuoi amici maschi).
“Non voglio un ragazzo in questo momento” (non voglio te, come ragazzo).
“Ti sembro ingrassata?” (dimmi che sono bellissima)
“Ma no, non ho niente” (a parte te, che sei uno str…).
“Non ne voglio parlare” (non ho ancora tutte le prove contro di te).
“Non mi ascolti mai” (non mi ascolti mai).
“Questo vestito mi ingrassa?” (è un po’ che non litighiamo e ne ho voglia).
E infine l’immortale e universale: “Non comunichiamo abbastanza” (devi sempre darmi ragione).

Naturalmente, sulla scientificità di questo prontuario per la traduzione dal femminese, una lingua che trascende le solite barriere per essere applicabile al rapporto fra i sessi probabilmente dalla Lapponia al Sudafrica, dalle Ande al Giappone, non posso offrire alcuna garanzia. E’ invece un fatto dimostrato che per infinite ragioni, di natura come di cultura, sono le donne, e non gli uomini, ad avere messo a punto come forma di difesa dalla prepotenza altrui formule linguistiche complesse e ambigue, per dire senza dire, segnalare senza manifestare. E senza sollevare la collera, spesso tragicamente violenta, dell’interlocutore che tende a reagire in modo brutale a una comunicazione troppo diretta.
I maschi mentono spudoratamente. Il “Ti giuro, amore…”(segue balla), corrispettivo di coppia della formula politico-giornalistica “La verità è che….”, premessa e promessa sicura del contrario. “Da domani ti aiuto in casa…”, “Raccontami tutto della tua giornata…”, “Esco, con gli amici solo perché dobbiamo tirare su il morale a…”, “Preferirei restare a casa con te a guardare una soap”, e sono pateticamente trasparenti nella loro bugia. Le femmine, almeno leggendo il prontuario per la traduzione, aggirano, giocano di rimessa, fingono di lasciare agli interlocutori maschi il compito di capire ma sempre riservandosi il diritto di sostenere di non averlo mai detto, allo scopo di non incrinare la fragile psicologia maschile.
Provate ad applicare il dizionario con l’uomo o la donna della vostra vita e a misurarlo con la vostra esperienza. E’ quello che farò con mia moglie, magari per aggiungere un’altra voce alla lista della Pennsylvania University: “Ti è piaciuta questa puntata della rubrica, cara?”
“Molto carina” (traduzione: le solite cavolate di voi maschi che non capite un…).

La situazione dell’industria editoriale in Italia

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In questa complessa allegoria del sistema editoriale (dovuta a Sandro Botticelli) si possono notare: al centro, in abiti sfarzosi, ignorata da tutti, la Cultura; all’esterma sinistra, in virile solitudine, le edizioni Laterza; nella metà sinistra, danzanti a mani unite, le Oligopoliste della Distribuzione e del Dettaglio (Messaggerie, Pde, Feltrinelli), prese di mira dalla Crisi abilmente travestita da innocente fanciullo; nella metà destra, in veste fiorita e modaiola, minimum fax compie un passo verso l’invisibile Pubblico; mentre la poverella e quasi ignuda Rizzoli viene rapida dall’orrida Mondadori (che sbuca di tra gli alberi).

botticelli-primavera

[da un post su Facebook di Giulio Mozzi, che mi ha fatto sorridere.]

Sillogismi

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[Post ispirato, o direi più esasperato, dalla continua riproposizione radiofonica del pur non eccelso brano di Francesca Michielin, “L’amore esiste“.]

TESI: Francesca Michielin esprime una dichiarazione di amore verso una persona.

ANTITESI: “L’amore non ha un senso, l’amore non ha un nome … l’amore mio sei tu”.

SINTESI: La persona oggetto dell’amore della Michielin non ha senso e non ha nome.

Deduzione: se io ricevessi una profferta amorosa che mi depriva di identità e significato, francamente mi suiciderei.

Vitasnella e la donna “perfetta”

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Ho letto un post di Lorella Zanardo sulla sua pagina Facebook “Il corpo delle donne” (che prende il nome dal documentario realizzato nel 2009 da lei e altri autori) a proposito del nuovo video dell’acqua minerale Vitasnella.
Ho visto anch’io quello spot a cinema: ne sono rimasta frastornata (perché è la pubblicità di un marchio e non una iniziativa pubblica?) e turbata (quante volte ci siamo sentite giudicate in questo modo, e quante volte abbiamo a nostra volta giudicato, quasi a perpetrare l’ingabbiamento per coazione a ripetere?).
Mi piace il post di commento della Zanardo, lo riporto.

Me stessa al meglio e Vitasnella
I cambiamenti possono partire solo dal basso: in seguito arriveranno le leggi a renderli duraturi ma se non comunichiamo il nostro parere e il nostro scontento, non attendiamoci che i cambiamenti avvengano.
 Giorni fa sono stata invitata al lancio di una nuova campagna pubblicitaria per l‘acqua Vitasnella, mi è stato chiesto di intervenire al dibattito.
 La campagna è qui, guardiamola e analizziamola.


– Buona notizia: c’è da essere contente/i del nostro lavoro, intendo di noi tutte/i: protestare, come dicevamo, serve. Saatchi and Saatchi, l’agenzia di pubblicità, ha evidentemente ascoltato le giovani donne sul web anche probabilmente attraverso ricerche ad hoc: la ragazza selezionata per il video è certamente carina, ma non rispecchia i terrificanti canoni imposti dai media negli ultimi anni: ha un fisico di struttura nella norma, non è eccessivamente magra né con seni finti enormi. E’ un cambiamento importante: viene proposto un corpo di giovane donna a figura intera, sapendo che verrà visto da milioni di persone comunicando in questo modo che “va bene così”. Per noi che qui ci occupiamo di analisi mediatica è un passo rilevante.
 Sappiamo che per molte/i, giovani in particolare, ciò che i media comunicano detta legge. Il fatto che un corpo “fuori norma mediatica” venga proposto in modo positivo è un segnale importante.
– stiamo assistendo ad un trend di cambiamento. In passato la linea DOVE e Always Procter and Gamble avevano intrapreso un cammino di ribellione: il primo rifiutando photoshop il secondo proponendo che le ragazze nella pre-adolescenza sono libere e solo più avanti nella vita vengono “ingabbiate” in stereotipi umilianti e omogeneizzanti.
– nella campagna Vitasnella interviene un elemento nuovo: il giudizio verbalizzato da chi guarda. E’ un’esperienza devastante. Come sappiamo lo sguardo giudica e ingabbia: può essere l’occhiata di nostra madre sulle nostre cosce, quella di un’amica sui nostri seni piccoli, di un amico sul nostro sedere. Il giudizio verbale rafforza quello emanato dallo sguardo.
Qui viene reso palese ciò che accade sempre più spesso nella vita reale e che conduce all’oggettivizzazione dei corpi e quel che è più grave ancora all’autoggettivizzazione. Cioè siamo noi stesse ad introiettare “quegli sguardi” e a renderli ferocemente autogiudicanti.
 Il fatto di averli qui estrinsecati porta tutte/i noi a riflettere su come i giudizi, non sempre espressi con malignità, possano ferire e pregiudicare la vita di molte. Contribuendo a costruire gabbie all’interno delle quali le ragazze sopravvivono.
– “ma è pur sempre un’azienda che ha un fine mercantile.” Sì, un’azienda, buona che sia la sua campagna pubblicitaria, ha un fine mercantile, cioè vuole e deve vendere. Alla fine di questo bel video appare il marchio Vitasnella a ricordarci l’obbiettivo.
Una campagna pubblicitaria così avrebbe potuta essere prodotta da Istituzioni dalla parte delle cittadine/i, dal Ministero Pari Opportunità. Non è accaduto.
Considerando che le ricerche ci dicono che le /i giovani si identificano sempre più nel brand cioè nel marchio, ben vengano queste campagne pubblicitarie.
 Noi intanto continuiamo a vigilare e a lavorare perché i nostri corpi, i corpi delle donne e ancor più delle ragazze, si esprimano liberi.

I nostri ragazzi

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Quando lessi la trama de I nostri ragazzi, film diretto da Ivano De Matteo, prima di scegliere se trascorrere così il mio sabato, mi sembrò una falsariga de Il capitale umano di Virzì, uscito nelle sale un annetto fa (o forse meno).
Lì come qui, c’è la rappresentazione di due famiglie, una alto- e una medio-borghese; lì come qui – con buona pace del femminismo – la moglie non lavora affatto (non ne ha bisogno!) o, quando lavora, si occupa di un ambito poco redditizio (Valeria Golino nel film di Virzì interpreta una psicologa della ASL; Giovanna Mezzogiorno, invece, per De Matteo è una guida turistica dell’Ara Pacis) e dunque è molto affettuosa con i giovani, anche quando non sono figli suoi. Lì come qui, il pretesto per raccontare le due famiglie è il legame di consuetudine affettiva tra i rispettivi figli: nell’un caso una relazione amorosa seppur effimera, nell’altro un rapporto di parentela; in entrambe le pellicole, la ragazza è più decisa, a volte brusca, ha ben chiaro ciò che vuole (anche se si tratta di obiettivi bislacchi) e per farlo manipola vergognosamente il ragazzo che incauto le si affida. Lì come qui, lo scenario è di totale mancanza di controllo del desiderio e del possesso, declinato in modi diversi e intercambiabili: controllo dell’avidità (che è il nucleo del film di Virzì, ambientato in Brianza ma ispirato a un romanzo americano); controllo della rabbia (che è il perno del film di De Matteo, che si svolge a Roma ma è l’adattamento di un romanzo olandese).
Perché consiglio la visione de I nostri ragazzi, allora?
Perché la conclusione mi è giunta inaspettata (ma non la svelerò): in una frase, questo film descrive la sociopatia elevata a sistema. C’è una violenza diffusa nei comportamenti quotidiani, introiettata attraverso mezzi ritenuti innocui (TV o internet) fino a sembrare normale. L’impressione della società italiana che si ricava dal film di De Matteo è di disperazione, ma non nel senso di estrema tristezza o sfiducia; disperazione nel senso di vuoto completo. Bene o male, nel Capitale umano la cattiveria ha un senso, la perversione un obiettivo: l’arricchimento; qui no, ed è per questo che mi risulta ancora più irragionevole, incomprensibile e, se possibile, violenta.

Muzak!

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Le parole sono ciò che so,
Ma non mi sono di conforto.
Il conforto è nella musica
Che dice ciò che non so.

Le parole sono ciò che uso
Per fare una mappa del solo posto
Che esiste, ma è la musica
Che mi porta dove voglio andare.

Le parole sono indirizzi,
Ma le cose che ci vivono dentro
Hanno sempre appena traslocato,
E possono esser raggiunte, se davvero,
Attraverso la musica.

Le parole sono un nome
Per l’ombra che indosso.
Lo splendore che mi investe
Risponde solo alla musica.

Daubmir Nadir

Camilleri e “L’eredità”

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Il programma pre-serale di Rai1, “L’eredità”, è ormai vicino a un’istituzione, e come tale inamovibile. Il mio rammarico nei confronti di questa trasmissione (e del suo immarcescibile successo) è che vincono, o arrivano in finale, i concorrenti meno preparati o meno svegli: non seguo spesso la trasmissione, ma ogni volta che la vedo succede proprio questo. Rammarico che, ho scoperto sul “Sole 24 Ore” di domenica 11 maggio 2014, condivido con Andrea Camilleri (un’istituzione a sua volta, ben inteso) e i suoi Segnali di fumo dal posacenere.

Ogni tanto mi capita di seguire una trasmissione televisiva basata su domande di vario genere rivolte ai concorrenti. Che sono di ogni età. Spesso rimango sconvolto. Alla domanda: «In che anno il fascismo mise la tassa sul celibato?», una trentenne risponde senza esitare: «Nel 1956». Alla domanda su chi fosse l’inventore del parafulmine, la risposta di un sessantenne baldanzoso è: «Rita Levi-Montalcini». E ancora: «Come si chiamava il servo di don Chisciotte?». Risposta lapidaria: «Rigoletto». E potrei continuare. Invece è assai difficile che i concorrenti sbaglino le risposte sul festival di Sanremo, sui cantanti, sulle squadre di calcio, sui campionati sportivi. Tutta colpa della scuola? Ma fatemi il piacere!

La grande ciospezza

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La cosa divertente di questo blog è che io accumulo bozze nell’archivio virtuale e ritagli di giornale sulla scrivania reale, nell’eventualità di attraversare periodi di scarsa ispirazione: una specie di riserva formichesca di argomenti per i tempi di magra. Poi succede qualcosa (e gnacche alla formica ammucchiarona, direbbe qualcuno) che mi fa rendere pubblici interventi concepiti in meno di mezz’ora sull’onda di una urgenza personale o interpersonale. Tanto per dire: sono mesi che rimando la pubblicazione di un post sulla poesia di Mariangela Gualtieri e il suo Fuoco centrale e oggi me ne esco anche io, buon’ultima, a parlare de La Grande Bellezza di Sorrentino.
Al di là del citazionismo letterario e cinematografico, al di là della Grande Lentezza (ahem), a me il film è piaciuto; l’unico commento, tra i tanti che ho letto, che mi sento di condividere è quello di una docente che lavora nel mio Dipartimento. Forse non è il miglior lavoro di Sorrentino, forse non è il miglior film italiano degli ultimi vent’anni, ma è un ritratto agghiacciante dell’aria sfatta del nostro Paese, del verlainiano “Impero alla fine della decadenza” che coinvolge una classe intellettuale senza via d’uscita (e se nemmeno l’arte sa inventarsi qualcosa di ulteriore, la disperazione incombe).
Come tutte le espressioni artistiche, il film di Sorrentino può essere capito e amato, capito e non amato, non capito e quindi detestato. Sto notando, però, sui giornali e sui social network un rincorrersi di valutazioni negative o negativissime, fantozziani urli liberatori nei confronti di quella che sarebbe una “cagata pazzesca” (di qui il sostantivo che ho usato nel titolo: che io sappia, nel centro-nord Italia “ciospo” vuol dire brutto; “ciospezza” è neologismo tutto mio). Io ho l’impressione che in questo denigrare irruente e senza appelli ci sia quella che chiamo “la sindrome del professore di educazione fisica”. Mi perdoneranno tutti coloro che effettivamente esercitano questo ruolo, ma spesso capita che, durante gli scrutinii, l’insegnante di ginnastica goda a sminuire gli alunni molto bravi in tutte le altre discipline. E’ un modo di attirare l’attenzione verso un insegnamento che ha una incidenza limitata nel monte ore scolastico, ma che fa media: il classico “con voi sarà pure da 9, ma per me non merita più di 6” – frase che fa scattare la negoziazione per portare almeno a 7 il voto di uno studente meritevole per altri versanti. Ecco, mi sembra che in questi ultimi due giorni molti Italiani nei confronti di Sorrentino siano dei professori di educazione fisica.

Un giorno devi andare

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Almeno tre dei miei manzoniani venticinque (e sarebbero già tanti) lettori avrà visto Into the Wild, per la regia di Sean Penn. Cosa ricorderanno di quel film i tre lettori su venticinque? Chiariamo, rispondere “la colonna sonora di Eddie Vedder” non vale. Suppongo saranno rimasti stupefatti dai paesaggi, affascinati dalla varietà umana che Alex Supertramp incontra lungo il suo percorso auto-euristico (no, leggete bene: non ho scritto autoerotico, per quanto a volte le due cose possano coincidere), interessati dalla indagine sociologica sottesa, commossi dalla tardiva scoperta del protagonista della estrema verità della vita: la felicità, parafrasando Thoreau, è reale solo se condivisa.
Questi ingredienti sono tutti presenti nel recente film di Giorgio Diritti, Un giorno devi andare. Chi ama il genere “questo-mondo-borghese-mi-fa-schifo-anche-se-ci-sono-nato” e dovesse scegliere di trascorrere così 110 (centodieci) minuti della sua vita non resterà deluso. Mi permettete una osservazione, assolutamente personale e di contenuto più che di merito (tanto, che dire di Jasmine Trinca? Venti film, una sola espressione. Ma forse la versatilità non è di questo mondo.)? Permettetemela.
Vuoi cambiare il mondo? Benissimo. Allora fammi il sacrosantissimo piacere di iniziare a sfangarti le giornate lì dove stai. Il “mollo tutto e cerco il senso della vita su un’isola deserta” dopo Robinson Crusoe ha probabilmente perso mordente (pur volendo trascurare il significativo dettaglio che Robinson non ha cercato l’isola e non fugge da un’impostazione sociale che, infatti, ripropone). Ti fanno schifo la borghesia, il tuo Paese, la prospettiva di lottare ogni giorno per avere ciò che ti spetta? Benissimo, nessuno ti trattiene: vai pure ad aiutare chi vive in condizioni economiche e sociali molto svantaggiate. Ma fai qualcosa. Ridursi a blaterare soli davanti all’immensità non è romantico coraggio di sfidare le convenzioni: è solo una forma diluita di suicidio.
Un giorno devi andare… già. Meglio non ti suggerisca dove.