Preghiera laica

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Per tutti coloro che si svendono per piacere agli altri. Per tutte le volte che l’ho fatto anche io (e forse lo rifarò).

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.

Sylvia Plath, Diari

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Femminismi

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Un giovane qualche giorno fa ha scritto sulla bacheca Facebook di un personaggio pubblico: “Voi donne dovreste imparare a essere meno femministe e noi uomini meno indecisi”.
D’accordo: il personaggio pubblico in questione è una (ultra)quarantenne rampante che scrive (a volte) con arguzia, ma che grazie alla Rete è assurta a trend setter (!), opinionista su cielo terra e ogni luogo – una che può offenderti come e quando vuole, ma se per ritorsione la cacci dal tuo locale ti sputtana su ogni sito internet su cui ha un profilo. La gentildonna ha scritto un post sulla festa di San Valentino il cui sunto è: “fate sentire donna la vostra donna, siate maschi, dio santo”.
D’accordo: il ragazzo in questione probabilmente avrà subito una delusione amorosa, magari a causa di una ragazza che ha ammantato di modernità e indipendenza una scelta egoistica e cinica.
Ma io purtroppo sono convinta che le piccole cose siano impregnate delle grandi: è per questo motivo, per esempio, che sono rimasta colpita da quest’analisi della canzone vincitrice di Sanremo 2016, Un giorno mi dirai dei peraltro incolori Stadio. E dunque mi chiedo: cos’ha fatto il femminismo per essere tanto vituperato? Sappiamo cosa vuol dire realmente essere “femministe”? Quante persone (donne incluse!) pensano che essere “femminista” equivalga a odiare gli uomini, a trattarli con disprezzo?
Come si dice in questo video dell’Huffington Post di qualche mese fa, essere una femminista sostanzialmente implica desiderare l’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi. Ossia:
– gestire in autonomia il proprio desiderio e scegliere liberamente la persona da amare;
– non essere mal giudicata se si sceglie di non avere figli, e al contempo non essere demansionata o licenziata se si sceglie di averne;
– poter votare;
– avere accesso a ogni grado di istruzione;
– essere pagata per un lavoro tanto quanto viene pagato un uomo per lo stesso lavoro;
– avere accesso a posti di governo e di responsabilità in generale.
Essere trattate come esseri umani e non come soprammobili.
Dunque, gentili esponenti del sesso maschile: è così atroce essere femministe? Non starete confondendo la spregiudicatezza, per non dire insensibilità, nei rapporti sentimentali (spregiudicatezza che da secoli impunemente praticate) con l’essere femministe? Oppure la vostra identità è così fragile, il vostro bisogno di conferme così smisurato da aver bisogno di incasellare le donne negli stereotipi che avete formulato, e da bollare con un “femminista” (quasi fosse un’offesa!) chi se ne distacca?
Dunque, gentili esponenti del sesso femminile: vi sembra così atroce essere ancora femministe? Davvero cento anni di lotte (fatte anche per noi, perché potessimo parlare in pubblico e sentirci in assoluto diritto di essere ascoltate) vi sono sfilate davanti in un soffio alla sola idea che sposarsi ed essere sottomesse siano gli unici valori? Davvero non vi rendete conto che la biologia (la Natura, se vi hanno insegnato a dire così) non ha niente a che vedere coi ruoli nella società e nella famiglia, niente a che spartire con gli atteggiamenti e la consapevolezza di sé?

Il maschilismo è come l’emofilia: attacca gli uomini ma è trasmessa dalle donne, che ne sono portatrici sane (Shirin Ebadi).

Domandare

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L’arte d’interrogare non è facile come si pensa. È più arte da maestri che da discepoli; bisogna avere già imparato molte cose per saper domandare ciò che non si sa.

(Jean-Jacques Rousseau, La nouvelle Héloïse)

 

“Chi vuol capire prima deve riuscire a domandare”.

Italianismi

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C’è un italianissimo filo di continuità tra la copertura delle statue per il passaggio di Rouhani e l’indizione del Family Day: il bigottismo. Sostanzialmente il Family Day è una manifestazione omofoba mascherata da ritorno alla tradizione e alla natura (su questo si è espresso con sensata pacatezza Giulio Mozzi qui).

 

gaetanosalvemini

Buon 2016

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Eugenio Montale, Il primo gennaio (da Satura)

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

La situazione dell’industria editoriale in Italia

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In questa complessa allegoria del sistema editoriale (dovuta a Sandro Botticelli) si possono notare: al centro, in abiti sfarzosi, ignorata da tutti, la Cultura; all’esterma sinistra, in virile solitudine, le edizioni Laterza; nella metà sinistra, danzanti a mani unite, le Oligopoliste della Distribuzione e del Dettaglio (Messaggerie, Pde, Feltrinelli), prese di mira dalla Crisi abilmente travestita da innocente fanciullo; nella metà destra, in veste fiorita e modaiola, minimum fax compie un passo verso l’invisibile Pubblico; mentre la poverella e quasi ignuda Rizzoli viene rapida dall’orrida Mondadori (che sbuca di tra gli alberi).

botticelli-primavera

[da un post su Facebook di Giulio Mozzi, che mi ha fatto sorridere.]

A ben pensarci

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Il concetto di maternità è molto vicino a quello di divinità.
E no, non è questione di onnipotenza generativa. Mi sono trovata a considerare che l’essere umano primitivo debba avere elaborato il concetto di Essere perfetto e superiore proprio a partire dall’esperienza uterina, da quella specie di “vita anteriore” di platonica memoria di cui (verosimilmente) portiamo tutti inconscia traccia. In fondo, per tutta la durata del periodo pre-natale – di cui però l’individuo non conosce il termine, che gli giunge sempre inaspettato e traumatico – viviamo in un ambiente protetto e organizzato a priori, in cui il cibo viene fornito dall’alto, in cui giungono da lontano segnali uditivi, tra i quali si distingue nettamente la voce di un’entità sempre presente.

[Sì, probabilmente questo arzigogolio dipende dal fatto che sono madre da due settimane. Sto imparando ad esserlo; spero di imparare soprattutto a semplificare le cose, attitudine che con questo post non mostro di avere ancora. 🙂 ]