I blog degli altri, parte IV

I blog degli altri, parte IV

Ho trovato questo pezzo del blogger, giornalista, spin doctor (e chi più ne ha più ne metta) barese Dino Amenduni, che prende l’avvio dal documentario di Virzì sul cantautore livornese Bobo Rondelli. Riporto i passi che sento di poter sottoscrivere in pieno.

“Il fatto che una persona con un talento di un milione più grande del mio non sia riuscito a sfondare e forse non abbia davvero voluto mi ha fatto capire che i limiti caratteriali sono decisivi per il (mancato) successo.
I miei limiti sono grandi. Troppo grandi. Così grandi da farmi pensare che arriverò a breve a una soglia, non molto alta, e non riuscirò ad andare oltre. Certe volte penso che sia già arrivato al picco, al massimo mi manterrò su questi livelli, curerò i dettagli. Anche perché quello che per gli altri è limite, per me è spesso un motivo di orgoglio.

Non farò carriera perché:
- mi rendo conto di avere dei limiti. Di solito quando uno si rende conto di una cosa del genere lavora per superarli, specie se li ritiene disadattivi. Però se ci penso, penso che in fondo io non li percepisco come limiti. Anzi, per me sono conquiste costruite negli anni in cui piano piano ho imparato ad ascoltarmi e a rispettarmi di più.

- Tra le mie conquiste ritengo ci possa essere la progressiva rinuncia alla diplomazia nelle relazioni. Sto imparando a non tenermi più niente. Ecco: per il mondo questo è un limite, un evidente limite relazionale. E probabilmente il mondo ha ragione a pensarla così. Io però mi sento meglio, sempre meglio, sempre più libero. Mi sento me stesso. E allora penso: perché dovrei cambiare? Nel frattempo il mondo gira nella direzione opposta.

- Ne discende che non riesco più ad accettare formule di compromesso, soprattutto per ciò che riguarda la mia vita professionale, i valori, ciò in cui credo. Ma senza compromesso il mondo è rabbioso, riottoso, confuso. [...] Tra l’altro questa del non-compromesso è una doppia trappola, un altro motivo per cui sono destinato a rimanere bloccato, perché ostentare una cosa del genere vuol dire che al primo errore sei fottuto. Ed essendo umano, posso sbagliare. Anzi, sbaglierò di sicuro. Farò qualche scelta di comodo, per coccolare l’ego o perché guarderò la pagliuzza invece di guardare la trave. Perché non saprò valutare. A quel punto sarò doppiamente ipocrita agli occhi di chi mi guarda.
[...]
- Ho deciso di restare qui a Bari. E ci sto anche oggi che ha molto meno senso di tre, due, un anno fa. Vivo in una città che non sento più mia da tempo (con la certezza di essere ricambiato) ma alla fine penso che non potrei che stare qui. Voglio provare a far qualcosa, a generare un qualche processo di cambiamento, anche se credo sempre di meno di essere all’altezza. Mi basta un computer e una connessione a Internet, poi posso stare qua per tutta la vita. Però la vita vera non è qui, è a Roma, a Milano, all’estero. Sono un ragazzotto di provincia.”

Stiamo sull’attualità

Stiamo sull’attualità

Ancora una volta, il sindaco-sceriffo di Bari, Michele Emiliano, è riuscito in ciò che meglio gli riesce: mi riferisco, naturalmente, all’arte di suscitare scalpore.
Venerdì 10 febbraio, in un convegno di bibliotecari del PD [sic], è intervenuto con una relazione (per sua stessa ammissione, cito infatti da un post sul suo profilo Facebook) “senza infamia e senza lode”. Continua Michelone:
“Non sapevo bene neanche di cosa si trattava. Venivo dalla sala operativa della Protezione Civile dove avevo presieduto per 3 ore una riunione emergenza neve e senza fissa dimora. Ero lì solo per salutare Giuliano Amato, che poi non è venuto causa neve.”
Sottotesto: c’avevo cose più imbortandi da fare!

Pare che una cittadina (non una bibliotecaria!) lo abbia così interpellato: “Potrei sapere dal sindaco cosa sta facendo per le biblioteche di quartiere?” (le poche che c’erano, infatti, sono state chiuse). Al che il nostro beniamino ha candidamente risposto: “Io non sono mai andato in biblioteca, e comunque a Bari la biblioteca comunale non serve. Bastano le librerie”.
Quando molti miei colleghi, tanto sul momento quanto via web, hanno reagito stupefatti, il sindaco si è – poffarbacco – seriamente innervosito. Ecco come continua lo stesso post che ho citato sopra:
“I bibliotecari di tutto il mondo, sul web, con il tipico atteggiamento dei bibliotecari, hanno scatenato una caccia all’uomo dicendo che non sono degno di fare il sindaco. Deve essere questa la ragione per la quale il livello dei lettori in Italia è così basso. Se foste un po’ più comprensivi verso chi non conosce una biblioteca comunale, forse molti di noi verrebbero più volentieri a trovarvi ed a prendere libri. Io mi sono veramente spaventato e farò tutto quello che i bibliotecari mi diranno di fare. Obbedisco.”
Per la rubrica: “una pezza peggiore del buco”. E’ andato ad un convegno senza sapere bene di cosa si trattasse, è intervenuto nel dibattito senza sapere di cosa stavano parlando, ha dichiarato che le biblioteche non servono proprio in una sede in cui si discute dell’importanza di quelle strutture e – in cauda venenum! – quando glielo si fa notare, ritorce l’accusa sugli accusatori.
Mi ha fatto molto ridere colui che ha commentato l’espressione “tipico atteggiamento dei bibliotecari” con queste parole: “intendi dei vecchi con la barba nella biblioteca, al buio, di notte, con una candela accesa e con un violento temporale che apre tutte le finestre???”.
Dal canto mio, coltivo un interrogativo: quale sarebbe il “tipico atteggiamento dei bibliotecari”? Piagnoni? Elitari? Abituati a lasciarsi scivolare addosso le richieste improbabili degli utenti (e chi legge questo blog ormai lo sa)? Abituati a essere bistrattati da amministratori impreparati e supponenti?

In tutto questo, tengo a riferire un particolare. “La Repubblica – Bari” di ieri riportava un’intera pagina sul dibattito in questione. Negli occhielli, le foto del sindaco, di una collega inviperita e del presidente dell’AIB, Stefano Parise, ciascuna corredata dalle loro dichiarazioni in sintesi. Che foto è stata scelta per corredare il pezzo? Una inquadratura a tutta pagina della Sala Consultazione della Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpi” di Bari. Ora: io in quella sala ho consultato manoscritti e testi del Settecento e devo alle splendide persone che ci lavorano parte della mia ricerca di dottorato. Ma che scopo ha quella foto, in un articolo in cui si dice che i bibliotecari sono professionisti all’avanguardia, se non quello, sottile, di confermare che le biblioteche sono posti polverosi e fuori dal tempo?

Teoria e prassi della biblioteconomia (parte III)

Teoria e prassi della biblioteconomia (parte III)

Ormai lo so. Proprio lo vedo dal modo in cui apre lentamente la porta (si potrebbe scrivere: a-p-r-e), si guarda attorno, decide di puntare me anziché gli altri colleghi. Lo vedo dal modo in cui dunque avanza, ad occhi bassi, verso la mia scrivania e mi porge un viso pro impietosimento-della-bibliotecaria.
L’utente che mi farà sudare un buon quarto d’ora.

* * *

Meno male che c’è IBS.it

- Scusi, dottoressa…
– [sorriso in equilibrio tra disponibilità e terrore] Prego.
– Senta… non so come dirlo, ma…
– [allarmata] Ha perso un testo che doveva restituire?
– No, no! Mi serve un libro.
– Ah, ok.
– No… è che mi serve un libro della professoressa V. Non mi ricordo né il titolo, né l’anno, né esattamente l’argomento… però mi ricordo che ha la copertina rosa cipria!
– . . .

* * *

Non è GoogleBooks tutto quello che luccica.

- Senta… posso chiedere a Lei?
– Certo, prego.
– Devo fare delle ricerche e non ho mai usato il catalogo.
– Va bene, si sieda qui, così adesso lo guardiamo insieme.
[seguono 6 minuti di orologio di illustrazione dell'OPAC.]
– Sì, ma… [sguardo ondivago] volevo chiederLe…
– Sì?
– Per la tesi io ho preso le citazioni del filosofo da internet e ora mi tocca ritrovarle sul libro?
- . . .

La Chiesa e l’ecclesia

La Chiesa e l’ecclesia

Cattolici tutti Chiesa o cultura di Vincenzo Cerami
da “Il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2012

In Italia c’è il cattolicesimo della Chiesa e c’è il cattolicesimo culturale. All’assolutismo della dottrina si oppone il relativismo degli orientamenti umani, soggetti a continue trasgressioni dovute alle accidentalità della vita quotidiana. Un tempo, il perdono ottenuto tramite confessione ristabilival’equilibrio perduto a causa del peccato. Legge cristiana e realtà, idealità e contingenza riprendevano il loro posto e si andava avanti. La cultura italiana si esprime nell’andirivieni tra il rispetto delle norme cattoliche e la loro trasgressione. Nel nostro tempo, a causa dell’evoluzione scientifica e della caduta di molti tabù, è sempre più difficile la fedeltà ai rigidi dettati della Chiesa. Ci riferiamo sommariamente all’uso dei profilattici, alla procreazione assistita, all’eutanasia, alla castità dei coniugi separati, al divorzio, all’aborto, alla verginità degli sposi, eccetera. In queste situazioni il cittadino credente e di cultura cattolica, senza rinnegare le sue convinzioni profonde, trova una via d’uscita scavalcando ogni mediazione e rivolgendosi direttamente e silenziosamente a Dio. Non chiede al Signore di essere perdonato, ma compreso. Il suo muto dialogo con la trascendenza rimuove ogni peccato, perché considera il suo caso unico e irripetibile, che lo obbliga a uscire momentaneamente dai canoni. Un genitore non vorrebbe avere remore a consigliare al figlio di usare il profilattico. E tanto meno avrebbe il coraggio di chiedergli di non fare l’amore fino al giorno del matrimonio. Tuttavia questa ‘ipocrisia’ non mette in discussione le sacrosante ragioni della Chiesa, anzi le rafforza: l’austerità universale degli insegnamenti tradizionali serve al cattolico per non disperdere il senso del bene assoluto, al fine di non smarrirsi in una realtà agorafobica e anomica. Fa un po’ come il criminale dostoevskijano che in cuor suo difende l’istituzione carceraria in quanto via d’uscita nel momento estremo della sua condizione di reietto. La Chiesa, quanto più è radicale nelle sue prese di posizione, tanto più è apprezzata. Paradossalmente la Chiesa e Dio sono antagonisti e si scambiano di ruolo: la Chiesa è un libro scritto nell’antichità, Dio è a dimensione umana e agisce nella contemporaneità, tra le angustie dei vivi. La cultura cattolica oggi più che mai si nutre di un umanesimo cristiano pragmatico, che ha bisogno di paradigmi per orientarsi e di libere varianti per non restare indietro e per cogliere le opportunità che i nuovi tempi presentano per districarsi nelle difficoltà di tutti i giorni. I saldi principi sono la stella polare di una navigazione a vista: la rotta non è più rettilinea e il bene non è sempre il contrario del male, talvolta è la sua causaLa Chiesa, con le sue leggi, il suo carisma, le sue icone, i suoi templi e i suoi palazzi si configura come categoria del potere. Custodisce i libri sapienziali. Ospita i custodi della Verità e della Giustizia. Accoglie i probi e indica la strada agli smarriti. Assolve e scomunica. Tra le qualità del potere c’è quella di governare il nostro vivere in mezzo agli altri, alla luce dell’onestà. Ci dice cosa è ‘legale’ e cosa non lo è. In poche parole, ci rassicura nei tragitti insidiosi dell’esistenza.
Gli Italiani trasferiscono di sana pianta la loro cultura cattolica nel rapporto con il potere laico. Del Parlamento, del Palazzo di Giustizia, delle carceri, delle forze dell’ordine, conoscono le facciate, austere, luminose, spesso presidiate da picchetti armati. Dentro quegli edifici si decide il loro benessere. Sono i palazzi della civiltà. Ma anche in questo caso, pur accettando le istanze e i compiti dello Stato, separano il senso del dovere dalla necessità contingente e particolare. Non perdono l’occasione propizia alla trasgressione delle regole civili. L’interno delle case vale molto più dell’esterno. Non è un caso che in Italia si dia poca importanza alla facciata del palazzo e molta all’interno delle quattro mura. E non è un caso che non si fa quasi nulla per la salvaguardia e la sicurezza dell’ambiente, e si fatica a prendere coscienza dei benefici della raccolta differenziata dei rifiuti e del risparmio d’energia. Come spiegare, altrimenti, un numero così esorbitante di evasori fiscali? Gli interessi personali, pur restando solidi i principi del vivere civile, hanno sempre una giustificazione legittima e indiscutibile. In questo modo si fa difficile il dialogo tra società e individuo. Il potere (nel senso alto del termine) sta da una parte, il cittadino dall’altra. Di là l’esterno, di qua il calduccio dei focolari. Quando Hitler arrivò alla stazione Tiburtina di Roma, si trovò davanti una schiera di palazzi bellissimi e sontuosi: non si accorse che erano solo facciate di cartapesta fatte costruire da Mussolini. E ancora oggi, andando in giro per il nostro Paese, scorgiamo case e palazzi dalle pareti scrostate o addirittura senza intonaco: la vita si svolge dentro.
Ci chiediamo se l’individualismo e l’ipocrisia di fondo non siano un’endemia della cultura italiana. Se essa non ha conosciuto una qualche evoluzione nel corso degli ultimi secoli, a cominciare dalla rivoluzione industriale. Lo spirito con cui gli Italiani hanno aderito ai principi ideologici nati tra Ottocento e Novecento non ha mai tradito la sua natura cattolica. Le correnti del pensiero progressista non erano in conflitto con la tradizione, anzi, credendo di infrangerla, la rafforzavano grazie alla natura mistica, a suo modo religiosa delle stesse ideologie. Così, se da un lato i nuovi orizzonti industriali introducevano nei cittadini una concezione laica, funzionale della società, dall’altro, per reazione, si andava rinvigorendo il cattolicesimo della residua cultura contadina. Patriottici erano sia coloro che pronunciavano la parola ‘patria’ sia chi rifiutava di pronunciarla. Un concetto, quello di patria, che nel bene e nel male implica un’idea di comunità, di società, di territorio comune. Fin quando è stata attuale e viva la sua percezione, gli Italiani, pur spezzati in due, non erano separati. La frattura non era in senso verticale né orizzontale, ma multipla. Le leggi laiche, difatti, fondavano la loro autorevolezza sui modelli della morale cattolica. Con la crisi delprimo dopoguerra la spaccatura è stata verticale, le controparti hanno cominciato a contarsi. In tutta Europa i nuovi impegni della società industriale hanno consolidato il razionalismo e le democrazie borghesi. Questi impegni richiedevano una coscienza laica e civile ben più salda di quella che avevano gli Italiani alle soglie del fascismo: così, di fronte all’ignoto del futuro, gran parte di loro ha scelto i sicuri valori della tradizione e il fascismo ha immediatamente soddisfatto queste esigenze istituzionalizzandole con successivi e fitti atti burocratici. Venivano così reintrodotti paternalisticamente i valori operativi della Chiesa, gli stessi con i quali l’Italia già contadina aveva gestito la propria miseria da sempre. Il centralismo clerico-fascista è esploso negli anni Sessanta, quando i modelli di comportamento degli Italiani ha cominciato a dettarli il mercato, modelli basati sull’edonismo, tutto il contrario del cristianesimo e della civiltà cattolica. La Chiesa e lo Stato hanno via via acquistato un ruolo soprattutto simbolico. In ogni caso importante proprio perché iconico, ma molto meno operativo.
La distrazione degli interessi e dei bisogni del Paese dal portato etico del cattolicesimo è la principale angustia del clero, costretto a conciliare mondanità e cristianesimo, a riconquistare lo storico ruolo di mediatore tra il singolo cittadino e Dio. La cultura cattolica è oggi il vero antagonista della Chiesa.

Nuvole

Nuvole

[La mia percezione di Edimburgo; scritta tra il 6 e il 28/07/’03.]

Su un pack
Di nubi disegno il
Mondo che vorrei

Gioco perverso
Di sguardi nelle contrombre
Congelati i miei pensieri
Nel silenzio piovoso che li frusta
Sogni obnubilati di sangue
E il freddo nelle mani il
Freddo nella testa

L’odore
Del sole sulla pelle risate
Di gabbiani che s’inseguono
Le bambine principesse delle fiabe
Le nuvole di Edimburgo sono blu
Come i flash dei suoi occhi per strada

Come si cambia…

Come si cambia…

… per non morire. O magari cambiando si muore, chissà.
Il titolo di questo post in realtà dovrebbe essere “Considerazioni estemporanee su La donna della domenica”. Ieri sera, infatti, ho visto su Rai3 la versione del 1975 di Comencini del romanzo di Fruttero&Lucentini (con tutta probabilità, mandata in onda per commemorare la recentissima scomparsa di Fruttero).
Ora, si dà il caso che, nell’aprile del 2011, io abbia visto la versione televisiva della stessa opera per la regia di Giulio Base (Giulio Base! Un attoregista il cui merito principale è essere iscritto a C.L.). Non voglio parlare qui del confronto tra i due protagonisti maschili: non si possono paragonare Mastroianni e Morelli – se non altro perché, essendo il primo dei due innegabilmente defunto, risulterebbe incontestabilmente vincitore.
Voglio, invece, rapidamente considerare le due interpretazioni femminili, per di più in un’ottica facilmente sociologica. Non mi importa nulla della corrispondenza con il romanzo, che (ammetto con candore) non ho letto; credo, piuttosto, che le due diverse interpretazioni parlino di come siamo cambiati (cambiatE) noi. Sulla cotonatura non c’è storia: vince indubbiamente l’Anna Carla Dosio degli anni ’70 (Jacqueline Bisset), che, però, è molto meno platinata di Andrea Osvart. La quale Osvart ha avuto indicazioni dal regista per essere costantemente sull’orlo dell’orgasmo (parte del merito andrà pure alla doppiatrice, non ne dubito); occhi perennemente semichiusi, che non sai mai se si tratti di arrapamento o di miopia; braccine sventagliate e testolina ondeggiante, mossette leggiuadre giuenere “sono-una-nobildonna-torinese-degli-anni-Settanta” (me lo vedo, il regista, a ripeterle con il metodo svarovskij “sentiti anni Settanta, sentiti anni Settanta!”); tutto il corpo che grida allo spaurito Santamaria-Morelli “ti prego, prenditela, ché francamente non so che farmene”.
Molto meno bambola nelle movenze la Bisset; schiettamente odiosa, quando scoppia, con il suo amico Massimo Campi (l’eternamente incolore Trintignant), in un riso irrefrenabile senza che Santamaria ne conosca la ragione (e quindi ride alle sue spalle, anche se non ride di lui); perbenista, quando sottrae la sua mano al contatto con la mano del commissario, ma non per questo meno insinuante e provocante; infine, ancora odiosa, quando lo lascia, istupidito, a letto perché deve preparare le valigie per la vacanza (mentre, nel finale di Base, si sbaciucchiano felici e contenti).
Bene, la mia perplessità di fronte a questi due modelli di femminilità contemporanea è questa: abbiamo davvero bisogno di farci spiegare sempre qualunque cosa? Per essere seducente una donna, oggi, dev’essere necessariamente seduttiva?

Buon 2012

Buon 2012

E’ vero che dalla finestra non riusciamo a vedere la luce, perché la notte vince sempre sul giorno e la notte sangue non ne produce.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più ragazzina e si fa correre dietro lungo strade senza uscita.
E’ vero che non riusciamo a parlare e che parliamo sempre troppo.
E’ vero, sputiamo per terra quando vediamo passare un gobbo, un tredici o un ubriaco – o quando non vogliamo incrinare il meraviglioso equilibrio di un’odiosità senza fine, di una felicità senza il peggio.
E’ vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia, è vero, cerchiamo l’amore sempre nelle braccia sbagliate.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura. Perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi, odiano la fine della giornata; perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata.
E’ vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare che non facciamo mai niente.
E’ vero che spesso la strada sembra un inferno, una voce in cui non riusciamo a stare insieme, dove non riconosciamo mai i nostri fratelli.
E’ vero che beviamo il sangue dei nostri padri e odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

Claudio Lolli

(video della versione di Luca Carboni e Riccardo Senigallia)

“La letterina”

“La letterina”

Cose che non vanno più di moda di Giacomo Papi – da “D” di “Repubblica” del 21 dicembre 2011
La letterina
E se Babbo Natale, invece di portare doni, si portasse via tutto il ciarpame accumulato?

Babbo Natale è ridicolo. Anche la panza è posticcia. Siede su un trono di compensato in una casupola di compensato all’interno di una fiera infestata di bancarelle tirolesi, bruchi-ottovolante e piste di ghiaccio quattro metri per quattro, patrocinata dal Comune per la gioia di grandi e piccini.
La bambina è bastarda. Attende il suo turno in fila con la letterina in mano. La mamma la guarda orgogliosa. Ha certamente lasciato il Suv nel più vicino posteggio riservato ai disabili. Al cospetto del ciccione in rosso, gli altri bambini si emozionano. Lei, no. Lo scruta dal basso con due occhi di brace: “Tutto ‘sto tempo in coda al freddo per ‘sta lettera del cavolo!”. Babbo la fissa senza capire. La piccola attacca: “Con tutti i soldi che fai, perché non ti sei comprato un telefonino?” “Perché, scusa?” “Perché ti mandavo un sms. È da scemi aspettare qui al freddo”. “Va be’, ma almeno ci siamo conosciuti”. “Ma tu sei vecchio e se ti ammali poi schiatti e non mi porti più niente”. Bambini e genitori in fila scoppiano a ridere, la mamma del mostro batte la mani. Babbo Natale arrossisce e china la testa.
Anch’io chiudo gli occhi. Vorrei tanto che quest’anno la notte della vigilia quell’uomo si togliesse il suo ridicolo costume per infilarsi una tuta da fatica gialla. Vorrei che lasciasse in Lapponia la slitta insensata e le sue stupide renne a brucare i loro licheni immangiabili, per volare nel cielo su un grande camion giallo dei traslochi con la scritta Gondrand sulla fiancata. Vorrei che entrasse in casa della bambina bastarda e della sua mamma cattiva mentre dormono e caricasse sul camion tutto ciò che possiedono. La mattina dopo si sveglierebbero in stanze svuotate, spogliate di arredi, giochi, gioielli. E con raccapriccio mi sorprendo a invidiarle. In fondo non mi dispiacerebbe se qualcuno venisse a portarmi via tutto ciò che un tempo ho voluto.
Quest’anno ho voglia di fare la lista al contrario. La lista delle cose di cui mi voglio liberare. Vorrei che Babbo Natale arrivasse a mani vuote per prendersi il bastone con la manina gratta-schiena che a sei anni mi regalò mio nonno, il calzascarpe appartenuto a mio padre, e i pattini da ghiaccio n. 37, il walkman argentato, le musicassette amorevolmente raccolte da me adolescente, le videocassette dell’Unità amorevolmente raccolte da Walter Veltroni per me (e già che c’è anche tutti gli album Panini, e i libri di fondamentale importanza ma incomparabile bruttezza allegati al quotidiano dal molto amorevole direttore). Vorrei che si portasse via il cappellino con le treccine di Ruud Gullit e le buste dei favolosi uomini rana e gli occhiali a raggi X per vedere le donne nude che acquistai per corrispondenza sull’Intrepido. E ancora: uno spegni-candele d’argento di Tiffany, una vestaglia che mi regalò una fidanzata illudendosi di tramutarmi in un dandy, il mio primo (e ultimo) microscopio. Perfino il mappamondo che da bambino facevo girare veloce e fermavo a caso con il dito dicendo: “Io morirò qui!”. Finiva quasi sempre che morivo nell’isola di Gough, tra i pinguini, in mezzo all’Atlantico.
Mi viene quasi da piangere.
Mi viene quasi da ridere. Sotto sotto, nonostante i millenni che abbiamo alle spalle e la tecnologia che abbiamo sulle spalle, rimaniamo creature superstiziose e animiste che continuano ad attribuire agli oggetti il folle potere di custodire ricordi e emozioni. Siamo stregoni zulu con l’iPhone. E il bello è che forse abbiamo ragione. Le cose davvero si svegliano quando noi non ci siamo.

Rispose a un giornalista, la notte del 24 dicembre 1989, il vecchio poeta Junichiro Kawasaki: “Sono animista. Non mi serve il Natale”.

Il punto

Il punto

Il mio blog è un test.
L’ho sempre sospettato, ma non l’avevo sinora interpretato esplicitamente come tale. Solo che, dopo un totale di quattro persone che spariscono – quasi letteralmente, eh – dopo aver compulsato il mio blog, un bilancio s’impone.
La cosa, in effetti, mi fa molto sorridere. Direi meglio: ghignare. Se non altro, ora so come seminare rapidamente maschi scoperecci e/o con scarno retroterra culturale (che poi, intendiamoci: io so molto meno di quanto vorrei sapere). Certo, rimangono in piedi non solo i colti e gli intelligenti (che sono pochi, e che non necessariamente hanno le due caratteristiche insieme), ma pure i completamente stupidi – quelli così Trota da non rendersi conto di quello che hanno sotto gli occhi – e gli scoperecci raffinati, i Casanova accorti che accampano letture mai fatte, improvvisano gradimento per musicisti che odiano, si schierano con partiti politici lontani dalle loro corde per il tempo che reputano fisiologico per sedurti.
(Ah, comunicazione di servizio: inserire la parola “Pasolini” ogni due frasi *non* vi darà di default l’accesso al mio letto.)
Arrivata a questo punto, però, devo fare in modo che il mio discorso prenda un’altra piega, considerando che non ambisco a essere una Natalia Aspesi con l’età di Pulsatilla (o una Pulsatilla con la disincantata presbiopia della Aspesi).

E’ da tempo che valuto l’eventualità di comporre un intervento sulla pubblicità dell’Alfa Giulietta, in cui il cialtrone adagio fascista che accomuna donne e motori diventa realtà di fatto: “guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi…”, come se l’auto fosse una femmina da usare con una certa energia (scilicet: maltrattare). Non tanto per la trovata pubblicitaria in sé che, com’è ovvio, lascia il tempo che trova, quanto per la mentalità di cui una simile trovata è spia.

Ma poi ho deciso di virare su un articolo che ho trovato su una bacheca di Facebook. Italia, Amore è una rubrica di Marco Mancassola e di Christian Raimo [daje!], pubblicata ogni mese su “Rolling Stone”. A questa URL si trova l’articolo del 14 dicembre, intitolato “Tempo” – che mi ha fatto pensare a Revival revolver dei Perturbazione: “il presente tuo lo chiamano ‘revival’…”. Chi ha letto già altri interventi su questo blog probabilmente penserà che sia la mia periodica menata su vecchi&ggggiovani, sulla mia generazione et ce qui va avec. Estrapolo un passaggio dalla parte iniziale, redatta da Mancassola, perché trovo che corrisponda molto a ciò che provo, a come percepisco me stessa nel mio tempo:

“Per Karl Marx, il punto focale della realtà era il produrre. Per Baudrillard il vero lavoro sociale richiesto alle masse era il consumare. Per Mark Zuckerberg è il connettersi. Eppure, oggi, difficile sfuggire al sospetto che l’ultima ingiunzione del sistema, piuttosto sinistra, sia quella di aspettare. Aspettare. Una qualche via d’uscita? Una rivelazione? Un azzeramento di tutto?
“La verità è che mentre si aspetta si invecchia in fretta e i trentenni di oggi mi sembrano a volte i più intimamente vecchi della storia umana. Esausti. Sfiniti. Nonostante il giovanilismo diffuso e la cultura del corpo. Poterlo avere, un euro per ogni volta che ho sentito un trentenne lamentare quanto si sentiva vecchio. Masticati dal sistema e sputati. Giovani fuori e desolati dentro. Aspettano, non hanno tempo.”