Outrecuidant

Standard

Si intitola così l’intervista a un cantante francese a me ignoto sulla rivista “Philosophie magazine” (num. 79, maggio 2014), che ieri mi è capitato di leggere mentre la catalogavo. Le risposte del cantautore, nell’insieme piuttosto spocchiose (outrecuidantes, per l’appunto), mi hanno però permesso di conoscere questo aforisma: 

 

« Je donne le meilleur de moi-même ; le résultat ne m’appartient pas. »

Scialoja e l’Urbe

Standard

Scoprii Toti Scialoja nel corso di un convegno sul nonsense, qualche anno fa, e decisi di acquistare una raccolta di tutte le sue poesie. Mi piacque al punto che, per qualche tempo, progettai un articolo sulla riscrittura del bestiario di La Fontaine da parte di Scialoja; ma poi non ho avuto la concentrazione (la volontà?) di occuparmene.
Sul “Sole 24 Ore” di domenica 21 dicembre 2014 trovai questo suo componimento, datato 8 maggio 1981 e pubblicata nel volume collettivo Quale Roma? realizzato dal gruppo parlamentare Sinistra Indipendente. Scialoja non ripubblicò più questa poesia, che – pur nel linguaggio a lui congeniale – è una severa invettiva su Roma, sul gaddiano gnommero di connivenze e corruzioni che da decenni ne contraddistingue il governo laico e non solo (e ne abbiamo avute recenti prove).
Il testo è questo:

Ci tocca in sorte un’urbe
turpe per il suo carpe
diem corto e le sue turbe
con le torme di tarme
a tarlare le trombe
degli angeli e le tombe
perché sia morta l’arte
perché l’erba sia morchia
sotto quell’onda sorda
e lorda e cieca e certa
che a nessuno rimorda
tanta omertà se emerga
da una marea di merda.

Carolina Bubbico

Standard

Mi rendo conto solo oggi pomeriggio di non aver mai dedicato un post a Carolina Bubbico.

Non che sia una cantante famosissima: è una jazzista leccese, poco più giovane di me, che ha esordito un paio di anni fa con l’album Controvento. Nove tracce che non superano gli aurei tre minuti e mezzo ciascuna, vivaci anche quando sono malinconiche, con testi che ruotano attorno al perno della relazione amorosa nelle sue sfumature (l’entusiasmo dell’inizio; la tenerezza; la riflessione di fronte ai paesaggi; il brivido del tradimento; la decisione di dimenticarsi).

Perché dedicarle un post? Perché avevo ascoltato alcuni suoi brani su YouTube, ma mi decisi ad acquistare il suo disco nel periodo iniziale della relazione con l’uomo che, da quasi quattro mesi, è mio marito. Era estate inoltrata, ma io sentivo tutto un fiorire primaverile di profumi e batticuori e aspettative, eppure una serenità che non avevo conosciuto mai. In questo senso la canzone che mi corrispose maggiormente non poté che essere il suo primo singolo, che nel disco compare come secondo pezzo: A me piacerebbe ridere. La ricerca, la richiesta, di leggerezza e complicità, di “cose bellissime e dolcissime”, accompagnata da un video vagamente surreale in cui la Bubbico guida un bizzarro pianoforte-batteria-contrabbasso per le strade di un paesino del Salento. 

Abbiamo cercato di inserire le sue canzoni, che abbiamo gradualmente scoperto e amato insieme, nella lista di pezzi che sono stati suonati durante la nostra festa di matrimonio, ma è stato possibile solo per la canzone che dà il titolo al disco, Controvento; ed è già stato tanto, pare, poiché il ‘nostro’ dj ci confessò che le nostre richieste musicali per la festa lo avevano indotto a studiare (e scaricare) tanta musica per lui nuova… 

Sapete che c’è? A me oggi piacerebbe ridere. Ecco qui: 

So stare da sola

Standard

Ho mancato il mio tradizionale appuntamento di saluto a questo blog nella prima settimana del nuovo anno – una tradizione che mi porto dietro da quando il mio diario era cartaceo, fitto, pieno di minuzie che oggi troverei risibili, se avessi davvero il coraggio di ridere di me.
Dire che “sono successe tante cose” è certamente vero, ma non mi giustifica ai miei stessi occhi: perdo troppo tempo sui social network, a leggere boutades ampiamente dimenticabili che però mi fanno sorridere due minuti; troppo tempo a innervosirmi per incomprensioni trascurabili o mancanze di buona educazione cui avrei dovuto fare il callo da anni. La scrittura è la mia struttura, quello che mi ha tenuta in piedi per anni, formandomi e cambiandomi, facendomi distinguere, eccellere e sopravvivere: non posso dimenticarla ora che la gioia invade la mia vita. Certo, anche la gioia costa impegno… e forse è per questo che il mio corpo in questo gennaio mi ha chiesto tregua.
Scelgo di celebrare queste settimane di gioie intense, di fatica, di ripiegamento e, spero, di ritorno alla scrittura con una poesia di Nina Cassian, dalla raccolta C’è modo e modo di sparire (poesie 1945-2007), Adelphi.

Intimità
Posso stare da sola.
So stare da sola.

C’è un tacito accordo
fra le mie matite
e gli alberi là fuori,
tra la pioggia
e i miei capelli diafani.

Bolle il tè,
spazio mio dorato,
mia ombra pura e ardente…

Posso stare da sola.
So stare da sola.
Scrivo a lume di tè.

Commozione pura

Standard

Mi ci sono voluti diversi ascolti e uno showcase al Medimex per imparare a gustare Così vicini (2014) di Cristina Donà: non avvertivo i cambi di ritmo, di tonalità, l’album mi sembrava composto da un unico pezzo suddiviso in nove.
E invece ieri ho prestato un’attenzione speciale a Perpendicolare, che la Donà, sul suo profilo Facebook, ha scritto come una canzone dedicata a suo figlio. Le strofe in punta di tasti del pianoforte, in punta di piedi come quando ci si sporge su una culla; poi l’ampiezza del ritornello, che mi ha fatto pensare a certi pezzi di Marco Frisina, imparati quando facevo parte del coro della parrocchia, in corrispondenza con la sacertà dichiarata dell’amore materno.

Mi sono commossa, improvvisamente. E la riascolto qui, con i lettori del mio blog.

 

È così che ti sento, perpendicolare al cuore.

Conficcato nella carne, verticale amore.
È così che ti sento, perpendicolare a me.
Avvitato nelle ossa, forte nel restare.

Sacro come una visione,
il tuo corpo è come luce che si dona.
Luce di ogni vocazione, torni tra le dita ancora.

È così che ti sento, perpendicolare al cuore.
Dedicato a questa carne, verticale amore.
È così che ti sento, forte nel restare.

Sacro come una visione,
il tuo corpo è come luce che si dona.
Luce di ogni vocazione,
sai di vita che si scopre ancora nuova.
Sacro come vita ora si dona.

Una nave in una foresta

Standard

Forse questa canzone non è la migliore, anche se le hanno dato lo stesso titolo dell’intero disco (e dunque del tour, della cui tappa barese metto delle foto).
Ma Una nave in una foresta è un misto di nostalgia e propositività.
E poi è l’andamento del ritmo a renderla simile alle mie giornate: l’inizio sommesso, quasi borbottato; il crescendo martellante; l’esplosione dinamica del ritornello (che rende impossibile stare fermi); la conclusione che è come un ansito.

 

L'inizio del concerto, con l'esecuzione di "Una nave in una foresta"

L’inizio del concerto, con l’esecuzione di “Una nave in una foresta”.

Giochi di luci sul palco per "Il terzo Paradiso"

Giochi di luci sul palco per “Il terzo Paradiso”.

 

 

Cambiare

Standard

Com’è cambiata la mia vita negli ultimi quaranta giorni?
Una serie di abitudini e questioni logistiche mi farebbero pensare che non sia poi cambiata molto: il quartiere, il lavoro, gli orari.
Altre abitudini sono cambiate: dormire insieme con un’altra persona non è come dormire accanto a un’altra persona. Probabilmente, se io stessa leggessi questa frase senza averla ancora vissuta (o dopo averla metabolizzata già da lunga pezza) direi che è banale; ma condividere la stanza con un’amica, per esempio durante un viaggio, non trasuda la stessa responsabilità. Responsabilità di cosa? Di tenere in piedi il rapporto. Di decidere insieme come affrontare la giornata al risveglio. Di raccontarsi, prima di spegnere la luce, e di spiegarsi, quando la si riaccende, srotolando la matassa delle necessità quotidiane. Di scrostare l’aura di perfezione che attribuiamo all’amato e che l’amato attribuisce a noi, senza perdere per questo l’affetto. Di regalare un po’ dello spazio che si era abituati a prendere — e si comincia a farlo dormendo. Ecco, quest’ultima è la responsabilità che mi è costata di più, all’inizio. Del mio tempo no, non sono mai stata gelosa, l’ho sempre donato a chiunque costituisse per me uno stimolo: amici o conoscenti, colleghi, professori, utenti del mio lavoro al pubblico. Ma abdicare la mia autonomia, lasciar invadere la mia sfera con gioia noncurante, non è stato né spontaneo né senza sforzo.
E questo, in un modo che non è ben chiaro a me per prima, è collegato a una consapevolezza nuova — e inaspettata, per me che ho sempre tenuto la serietà e l’orgoglio sopra ogni cosa —: la bellezza dello scoprirsi indifesi, la dolcezza dell’essere fragili.

 

Teoria e prassi della biblioteconomia (parte XI)

Standard

Autocontrollo.

[un’utente mai vista prima entra e si guarda attorno con aria smarrita; infine, decide di chiedere]

- Scusi, dove posso trovare Kant?

[la tentazione di rispondere “Al cimitero” oppure “Torna subito, è in pausa caffè” è stata forte.

 

* * *

[un’utente chiede un volume in consultazione e, dopo poco, si avvicina titubante]

- Ma… lo posso prendere in prestito?

- Se fa la tesi con un docente del nostro Dipartimento, sì.

- Tipo chi?

Salva-gente

Standard

Persone che non vedevo da tanto, in un luogo che non frequento da parecchio. Ho trovato quel palazzo più brutto di come l’ho ritenuto per tanto tempo e mi sono accorta di stimare quasi niente quelle persone, che avevo messo su un piedistallo. Mi trovo a chiedermi se sono stata più ingenua o più cieca – eppure, la sensazione di estraneità sembra diluirsi in un ineffabile sollievo.
Persone che lasciano la mia città, per lavoro o amore. Persone che conosco da poco e avrei voluto conoscere meglio, amare più a lungo, e lo capisco solo ora che vanno via.
Come ci si assolve da queste delusioni?
Quando comincerai a vedere il mondo in un modo diverso, il mondo comincerà a cambiare…

 

 

Su scioperi più o meno generali, su riforme più o meno epocali

Standard

Il pensionato che riceve l’assegno più tardi non si deve lamentare, perché c’è chi la pensione non la vedrà mai.
L’operaio a cui aumentano l’orario a parità di salario stia zitto, perché ha uno stipendio fisso a fine mese.
Il cassintegrato si dovrebbe un po’ vergognare, che riceve dei soldi dallo Stato per non lavorare.
Il centralinista al call center ringrazi la sorte che il suo padrone non ha ancora spostato tutto in Romania.
Il giornalista precario a quattro euro a pezzo non lo sa come vanno le cose nell’editoria, con che faccia chiede di più?
Il cameriere di Eataly a 800 euro al mese tace perché al bar lì vicino pagano di meno e pure in nero.
E la colf romana a cui hanno ridotto la paga da 8 a 7 euro l’ora non sa che una polacca ne chiede solo sei?
(continua, all’infinito, a piacimento.
Non è più nemmeno dumping salariale.
È che sono riusciti a convincerci che i diritti sono privilegi.
E che sopravviveremo – in qualche modo – solo diminuendo quelli altrui).


(Alessandro Gilioli, “Dite grazie e chinate il capo” dalla rubrica Piovono rane del 22 ottobre 2014)

 

EDIT del 30 ottobre 2014: questo post di Alessandro Robecchi sugli operai caricati dalla polizia entra ancora più nel merito.