Una domanda

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Sono mesi che penso alla domanda di questo “Diario per mamme”. La maternità ti ha resa più forte o più vulnerabile?
Penso che diventare genitori comporti innanzitutto accettare di invecchiare: diventare adulti, di botto e per davvero. Accettare di venire dopo, mettere le proprie esigenze in secondo piano. Accettare di arrovellarsi su scelte che sembrano vitali quando devi compierle, e trascurabili quando ci ripensi, tempo dopo, alle prese con un’altra scelta vitale.
Penso anche che significhi capire veramente che figlio sei stato e sei, e avere uno sguardo di una tenerezza più piena verso i tuoi genitori. Sto imparando che essere genitori vuol dire riscoprire le nuvole, essere impacciati di fronte a due occhi color miele che ti chiedono: “cos’è il buio?”. Significa gioire per una costruzione realizzata in completa autonomia, o per una sillaba in più che fino a ieri era difficile pronunciare.
Mio figlio ha compiuto due anni pochi giorni fa. Dopo due anni, come rispondo alla domanda: Sei più forte o più vulnerabile? Forse, stranamente, entrambi.

Diario mamme

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Squartamento

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Eccomi di nuovo qui, caro blog! Non so per quanto, lo ammetto: ma spero che la mia assenza non si protragga ulteriormente.
Torno per una breve nota di sarcasmo, trovata in un libro che sto catalogando: Squartamento, appunto, del buon (!) Cioran.

I filosofi scrivono per i professori; i pensatori, per gli scrittori.

Le forbici nuove

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C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un paio di forbici rotte.

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Poco fa le stavo usando con la consueta delicatezza e lentezza (mi sembravo quasi l’aiutante verduraio del Favoloso mondo di Amélie), ma si sono aperte lo stesso, per l’ennesima volta. Mi è tornato alla mente il sorrisino con cui la collega che me le aveva date (fanno parte della mia dotazione di cancelleria) mi disse che non c’erano soldi per ordinarne di nuove.
Ma forse erano già lesionate prima che tu me le dessi, non si spiega perché si siano rotte dopo neanche due settimane, e non certo di uso intenso!
Spallucce.
E mi è tornato anche alla mente che da quel dialogo saranno passati almeno cinque anni: non ho più chiesto delle forbici nuove. Ho cercato di farmi bastare queste, facendo attenzione a non tagliarmi con la punta che sporgeva improvvisamente, quando forzavo appena un po’ di più la mano nel taglio. Mi sono fatta bastare queste, facendo attenzione a non rovinare il foglio o la busta imbottita con dentro un libro.
Dunque, miei piccoli lettori, quello non è nemmeno un paio di forbici scardinate. È il mio lavoro. È il modo in cui io faccio quello che devo fare, tutti i giorni, con sommessa dedizione, senza aspettarmi di avere un paio di forbici nuove. È il lavoro di tante persone come me, che avrebbero bisogno di un paio di forbici funzionanti ma hanno imparato ad aprire i plichi anche con quelle rotte.

Maternità – Rabindranath Tagore

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Questo 8 maggio è la mia prima Festa della Mamma da mamma: la festeggio così. 

“Da dove sono venuto? Dove mi hai trovato?”
domandò il bambino a sua madre.
Ed ella pianse e rise allo stesso tempo e stringendolo al petto gli rispose:
“Tu eri nascosto nel mio cuore bambino mio,
tu eri il Suo desiderio.
Tu eri nelle bambole della mia infanzia,
in tutte le mie speranze,
in tutti i miei amori, nella mia vita,
nella vita di mia madre
tu hai vissuto.
Lo Spirito immortale che presiede nella nostra casa
ti ha cullato nel Suo seno in ogni tempo,
e mentre contemplo il tuo viso, l’onda del mistero mi sommerge
perché tu che appartieni a tutti,
tu mi sei stato donato.
E per paura che tu fugga via
ti tengo stretto nel mio cuore.
Quale magia ha dunque affidato il tesoro
del mondo nelle mie esili braccia?”

Dizionario di coppia

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Forse questo blog ultimamente è troppo serio… per sdrammatizzare, ho pensato a questo (vecchio: è del 4 aprile 2015!) articolo di Vittorio Zucconi, apparso su “D” di Repubblica.

 

Superata anche quest’anno da settimane, senza che sia cambiato nulla, la Giornata della donna (se c’è bisogno di una giornata speciale, del resto, è sempre brutto segno) resta, per la confusa porzione maschile dell’umanità il mistero della comunicazione femminile. Cosa davvero intendono dire le donne, maestre del linguaggio ellittico, crittografato, allusivo? Cosa capiamo noi maschi, quando ci parlano e, occasionalmente, le ascoltiamo? L’Università della Pennsylvania, una di quelle col pedigree della Ivy League, dunque non una rivista da parrucchiere, ha tentato di costruire un dizionario semiserio per la traduzione dal “femminese” attraverso interviste, focus group, ricerche. Ecco dunque alcuni esempi della differenza fra “lei dice” e “lei intende davvero”.

“Abbiamo bisogno di…”(traduzione: voglio).
“Fai come vuoi” (la pagherai più tardi).
“Dobbiamo parlare” (mi devo lamentare).
“Non sono arrabbiata” (certo che lo sono, scemo).
“Sei molto virile” (puzzi di sudore e sei troppo peloso).
“Come sei premuroso stasera” (sempre al sesso, pensi).
“Un minuto e sono pronta” (tanto so che mi aspetti).
“Dobbiamo comunicare” (ed essere d’accordo con me).
“Non sto gridando” (grido solo perché è una cosa importante).
“No”(no).
“Sì” (no).
“Forse”(no).
“Sii romantico, spegni la luce” (ho una cellulite orrenda).
“Ho bisogno del mio spazio”(senza te in quello spazio).
“Pizza va benone” (accattone col braccino corto che sei).
“Esco con le mie amiche” (e passeremo la serata a ridere di te e dei tuoi amici maschi).
“Non voglio un ragazzo in questo momento” (non voglio te, come ragazzo).
“Ti sembro ingrassata?” (dimmi che sono bellissima)
“Ma no, non ho niente” (a parte te, che sei uno str…).
“Non ne voglio parlare” (non ho ancora tutte le prove contro di te).
“Non mi ascolti mai” (non mi ascolti mai).
“Questo vestito mi ingrassa?” (è un po’ che non litighiamo e ne ho voglia).
E infine l’immortale e universale: “Non comunichiamo abbastanza” (devi sempre darmi ragione).

Naturalmente, sulla scientificità di questo prontuario per la traduzione dal femminese, una lingua che trascende le solite barriere per essere applicabile al rapporto fra i sessi probabilmente dalla Lapponia al Sudafrica, dalle Ande al Giappone, non posso offrire alcuna garanzia. E’ invece un fatto dimostrato che per infinite ragioni, di natura come di cultura, sono le donne, e non gli uomini, ad avere messo a punto come forma di difesa dalla prepotenza altrui formule linguistiche complesse e ambigue, per dire senza dire, segnalare senza manifestare. E senza sollevare la collera, spesso tragicamente violenta, dell’interlocutore che tende a reagire in modo brutale a una comunicazione troppo diretta.
I maschi mentono spudoratamente. Il “Ti giuro, amore…”(segue balla), corrispettivo di coppia della formula politico-giornalistica “La verità è che….”, premessa e promessa sicura del contrario. “Da domani ti aiuto in casa…”, “Raccontami tutto della tua giornata…”, “Esco, con gli amici solo perché dobbiamo tirare su il morale a…”, “Preferirei restare a casa con te a guardare una soap”, e sono pateticamente trasparenti nella loro bugia. Le femmine, almeno leggendo il prontuario per la traduzione, aggirano, giocano di rimessa, fingono di lasciare agli interlocutori maschi il compito di capire ma sempre riservandosi il diritto di sostenere di non averlo mai detto, allo scopo di non incrinare la fragile psicologia maschile.
Provate ad applicare il dizionario con l’uomo o la donna della vostra vita e a misurarlo con la vostra esperienza. E’ quello che farò con mia moglie, magari per aggiungere un’altra voce alla lista della Pennsylvania University: “Ti è piaciuta questa puntata della rubrica, cara?”
“Molto carina” (traduzione: le solite cavolate di voi maschi che non capite un…).

Preghiera laica

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Per tutti coloro che si svendono per piacere agli altri. Per tutte le volte che l’ho fatto anche io (e forse lo rifarò).

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.

Sylvia Plath, Diari