Ritornello

Standard

E se ti chiedessi cosa manca
E se ti chiedessi perché manca
I miei pensieri s’inerpicano a chiocciola
In gola un
Uncino a forma di ma
Nuvole basse più basse del sole
Sono su un treno che non arriva
E le bambine giocano le bambine
E le fanciulle in fiore senz’ombra
Le case ad angolo le case
Che non rispondono più
E l’intonaco la calce le masserie
“Dove vai dove vai”
Resine trucioli detriti
Più su m’offuscano più su
Muri a metà
Tra confini che sconfinano –
Banderuola mai immobile
Ballerina sul
Filo che un fiato sconquassa
E la pura bellezza
Dell’arcobaleno che porto al collo

[marzo 2007]

Formula perché cresca la vigna

Standard
Mariangela Gualtieri, Formula perché cresca la vigna

Mariangela Gualtieri, Formula perché cresca la vigna

Mi è stato chiesto perché io sia tanto legata a questi versi di Mariangela Gualtieri, scritti nel 1992 e compresi nella raccolta del 2003 Fuoco centrale e altre poesie per il teatro. Dovrei forse fare una precisazione: quando leggo poesia (come scrissi su aNobii mesi addietro, nel commento alle Poesie di Kavafis) mi annoia la parola ricercata ma mi stupisce la struttura classica che, nella sua rigidità, ha permesso la fioritura di testi semplicemente inarrivabili (penso ai sonetti di Baudelaire). Trovo stucchevoli molti poèmes-en-prose, perché cerco musicalità della forma e immagini spiazzanti: in questo senso la Gualtieri (di cui ho già postato un componimento tempo addietro) e Ivano Ferrari sono i poeti contemporanei che maggiormente mi corrispondono.
Nello stralcio che ho riportato qui su, c’è un evidente controsenso semantico. A me pare l’esemplificazione di una scissione: l’io lirico si definisce contemporaneamente astratto e concreto, soggetto e oggetto, pieno e vuoto, Mancanza come antonomasia (un concetto, e dunque, in quanto concetto, pieno di significato), oggetto della mancanza, ciò che manca, e infine luogo da cui è assente. Ma non c’è nessun dolore del νόστος: la stessa Gualtieri, nelle note al Parsifal (un segmento lirico-drammatico incluso nella raccolta) si dice convinta che “il sentimento della mancanza sia il nostro ultimo baluardo di umanità, una memoria di bellezza da cui poter partire” per evitare lo sfacelo, per rinnovare, per porre rimedio all’imperfezione dell’essere e dunque, spesso, del dire. Perché troppo spesso siamo presi da quello che Zanzotto chiamava il “progresso scorsoio” e dunque finiamo per non identificarci nel presente, per non trovare spazio nella parola:

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa, il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire [...]

Sbruffoni, arrivisti, nuovi ricchi

Standard

Les arrivistes sont comme les singes grimpant aux arbres, dont on admire l’agilité. Mais une fois en haut, on ne voit que leurs parties désagréables.

(Gli arrivisti sono come le scimmie, delle quali hanno l’agilità; durante la scalata s’ammira la loro destrezza, ma una volta arrivati in cima mostrano soltanto le loro parti vergognose.)

Honoré de Balzac, Le lys dans la vallée, 1835

Instagram trent’anni prima di Instagram

Standard

Come un acrobata, il fotografo deve sfidare le leggi del probabile o addirittura del possibile; all’estremo opposto, egli deve sfidare quelle dell’interessante: la foto diventa “sorpresa” dal momento che non si sa perché sia stata fatta; […]. In un primo momento, per sorprendere, la Fotografia fotografava il notevole; ben presto però, attraverso un ben noto capovolgimento, essa decreta notevole ciò che fotografa. Il “qualunque cosa” diventa allora il massimo sofisticato del valore.

(Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, 1980)

 

Ecco perché proliferano foto come questa mia. Forse.

Allo Chat Noir

La grande ciospezza

Standard

La cosa divertente di questo blog è che io accumulo bozze nell’archivio virtuale e ritagli di giornale sulla scrivania reale, nell’eventualità di attraversare periodi di scarsa ispirazione: una specie di riserva formichesca di argomenti per i tempi di magra. Poi succede qualcosa (e gnacche alla formica ammucchiarona, direbbe qualcuno) che mi fa rendere pubblici interventi concepiti in meno di mezz’ora sull’onda di una urgenza personale o interpersonale. Tanto per dire: sono mesi che rimando la pubblicazione di un post sulla poesia di Mariangela Gualtieri e il suo Fuoco centrale e oggi me ne esco anche io, buon’ultima, a parlare de La Grande Bellezza di Sorrentino.
Al di là del citazionismo letterario e cinematografico, al di là della Grande Lentezza (ahem), a me il film è piaciuto; l’unico commento, tra i tanti che ho letto, che mi sento di condividere è quello di una docente che lavora nel mio Dipartimento. Forse non è il miglior lavoro di Sorrentino, forse non è il miglior film italiano degli ultimi vent’anni, ma è un ritratto agghiacciante dell’aria sfatta del nostro Paese, del verlainiano “Impero alla fine della decadenza” che coinvolge una classe intellettuale senza via d’uscita (e se nemmeno l’arte sa inventarsi qualcosa di ulteriore, la disperazione incombe).
Come tutte le espressioni artistiche, il film di Sorrentino può essere capito e amato, capito e non amato, non capito e quindi detestato. Sto notando, però, sui giornali e sui social network un rincorrersi di valutazioni negative o negativissime, fantozziani urli liberatori nei confronti di quella che sarebbe una “cagata pazzesca” (di qui il sostantivo che ho usato nel titolo: che io sappia, nel centro-nord Italia “ciospo” vuol dire brutto; “ciospezza” è neologismo tutto mio). Io ho l’impressione che in questo denigrare irruente e senza appelli ci sia quella che chiamo “la sindrome del professore di educazione fisica”. Mi perdoneranno tutti coloro che effettivamente esercitano questo ruolo, ma spesso capita che, durante gli scrutinii, l’insegnante di ginnastica goda a sminuire gli alunni molto bravi in tutte le altre discipline. E’ un modo di attirare l’attenzione verso un insegnamento che ha una incidenza limitata nel monte ore scolastico, ma che fa media: il classico “con voi sarà pure da 9, ma per me non merita più di 6″ – frase che fa scattare la negoziazione per portare almeno a 7 il voto di uno studente meritevole per altri versanti. Ecco, mi sembra che in questi ultimi due giorni molti Italiani nei confronti di Sorrentino siano dei professori di educazione fisica.

Quaranta pensieri numerati

Standard

Trovo per caso, su un blog de L’Unità, il commiato scritto da Andrea Satta dei Têtes de Bois per la morte di Francesco Di Giacomo, voce del Banco del Mutuo Soccorso. A chiosa dell’articolo, forse per presentare il cantante a chi (come me) non lo conosce oppure per ricordarlo nel più efficace dei modi (lasciando a lui stesso la parola), sono stati ripubblicati in calce i “Quaranta pensieri numerati” scritti da Di Giacomo il 28 ottobre del 2012, per il quarantesimo anniversario del Banco. Li inserisco qui e li faccio miei, perché li ho trovati commoventi.

Pensiero numero 1. Non sono Mosè, ma sono sulla buona strada.
2. La morte mi desta curiosità.
3. La vita è la sospensione fra un respiro e l’altro.
4. Gli alberi mi piacerebbe vederli in fila sull’autostrada.
5. Quarant’anni pieni di quaranta ladroni, quaranta per anno.
6. Paolo.
7. Franco.
8. Rudy.
9. Amedeo.
10. Mi piacerebbe passare fra una goccia e l’altra, quando piove, ma di profilo non mi viene mai bene.
11. Le autostrade non vanno mai nel posto dove tu volevi andare.
12. Padova.
13. Bologna.
14. Firenze.
15. Palermo.
16. Cercarsi la luce sul palco è come trovare un posto libero in metropolitana.
17. La paura scatta quando Andrea Satta mi chiama e mi dice «tu sei il migliore amico mio».
18. Lo stomaco e l’alito pesante ti possono venire anche vedendo un film come «Le cose belle» di Agostino Ferrente, nel senso che quando una cosa mi piace, m’ingozzo.
19. Spesso la musica m’infastidisce.
20 Sopra 16mila Hertz mi vengono le bolle.
21. Eleanor Rigby.
22. Domani è un altro giorno
23. Like a Rolling Stones.
24. Che gelida manina.
25. Il continuo spostare il microfono sul palco è direttamente proporzionale alla mia confusione quotidiana.
26. Spostare i problemi è una gran fatica, meglio lasciarli lì.
27. Il bollito.
28. I fegatelli.
29. La frittata di patate (senza uova).
30. Pasta e fagioli.
31. I preti farebbero meglio a fare dei figli.
32. Il tramonto è un atto privato.
33. Spesso alle tavole della legge mancano le sedie.
34. Dio ogni tanto farebbe bene a girarsi di spalle.
35. La proposta non è vaga: chi vuole il Papa se lo paga.
36. L’amore sta sempre lì, con calma.
37. I bambini? Mi sarebbe piaciuto averne, molto, molto…
38. «La luna somiglia soltanto alla luna, che facciamo qui fuori è tardi, rientriamo …» (Carmelo Bene).
39. Suonare col Banco è un privilegio, ma ogni tanto i privilegi vanno dismessi.
40. Se tu sapessi, Andrea…

Il guaio

Standard

Genitore cinquantenne in sneakers e con l’iPod nelle orecchie si presenta in biblioteca e dice: “Mia figlia ha dimenticato qui una cartellina con del materiale di studio”.
Come spiegare a quest’uomo che
a) è cattiva educazione rivolgersi a una persona continuando a tenere gli auricolari?
b) è cattiva educazione rovistare sulla scrivania di qualcuno, a maggior ragione se è assente, specie dopo che la funzionaria che si è fatta carico della tua richiesta ti ha già dato prova che la cartellina non è lì?
Chi dice aprioristicamente che “la colpa è della scuola” forse dimentica che i peggiori educatori sono i genitori. Resta evidente che, per trasmettere ai figli le nozioni basilari della buona educazione, bisogna conoscerle. Il guaio è tutto qui.

Bari

Standard

Bari è una voce
Bizantina che si estingue
Nelle corde non nei modi
Bari è vento di neve
E sole di scogli
Bari è una lava bianca
Concreta in cielo che
Si specchia nelle vigne
Bari è un frastuono
Di intonaci rossi e macerie
Bari è un’ombra
Senza profondità
Bari è un vestito
A lutto col ghigno

[gennaio 2008]

San Nicola_grate