Vitasnella e la donna “perfetta”

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Ho letto un post di Lorella Zanardo sulla sua pagina Facebook “Il corpo delle donne” (che prende il nome dal documentario realizzato nel 2009 da lei e altri autori) a proposito del nuovo video dell’acqua minerale Vitasnella.
Ho visto anch’io quello spot a cinema: ne sono rimasta frastornata (perché è la pubblicità di un marchio e non una iniziativa pubblica?) e turbata (quante volte ci siamo sentite giudicate in questo modo, e quante volte abbiamo a nostra volta giudicato, quasi a perpetrare l’ingabbiamento per coazione a ripetere?).
Mi piace il post di commento della Zanardo, lo riporto.

Me stessa al meglio e Vitasnella
I cambiamenti possono partire solo dal basso: in seguito arriveranno le leggi a renderli duraturi ma se non comunichiamo il nostro parere e il nostro scontento, non attendiamoci che i cambiamenti avvengano.
 Giorni fa sono stata invitata al lancio di una nuova campagna pubblicitaria per l‘acqua Vitasnella, mi è stato chiesto di intervenire al dibattito.
 La campagna è qui, guardiamola e analizziamola.


– Buona notizia: c’è da essere contente/i del nostro lavoro, intendo di noi tutte/i: protestare, come dicevamo, serve. Saatchi and Saatchi, l’agenzia di pubblicità, ha evidentemente ascoltato le giovani donne sul web anche probabilmente attraverso ricerche ad hoc: la ragazza selezionata per il video è certamente carina, ma non rispecchia i terrificanti canoni imposti dai media negli ultimi anni: ha un fisico di struttura nella norma, non è eccessivamente magra né con seni finti enormi. E’ un cambiamento importante: viene proposto un corpo di giovane donna a figura intera, sapendo che verrà visto da milioni di persone comunicando in questo modo che “va bene così”. Per noi che qui ci occupiamo di analisi mediatica è un passo rilevante.
 Sappiamo che per molte/i, giovani in particolare, ciò che i media comunicano detta legge. Il fatto che un corpo “fuori norma mediatica” venga proposto in modo positivo è un segnale importante.
– stiamo assistendo ad un trend di cambiamento. In passato la linea DOVE e Always Procter and Gamble avevano intrapreso un cammino di ribellione: il primo rifiutando photoshop il secondo proponendo che le ragazze nella pre-adolescenza sono libere e solo più avanti nella vita vengono “ingabbiate” in stereotipi umilianti e omogeneizzanti.
– nella campagna Vitasnella interviene un elemento nuovo: il giudizio verbalizzato da chi guarda. E’ un’esperienza devastante. Come sappiamo lo sguardo giudica e ingabbia: può essere l’occhiata di nostra madre sulle nostre cosce, quella di un’amica sui nostri seni piccoli, di un amico sul nostro sedere. Il giudizio verbale rafforza quello emanato dallo sguardo.
Qui viene reso palese ciò che accade sempre più spesso nella vita reale e che conduce all’oggettivizzazione dei corpi e quel che è più grave ancora all’autoggettivizzazione. Cioè siamo noi stesse ad introiettare “quegli sguardi” e a renderli ferocemente autogiudicanti.
 Il fatto di averli qui estrinsecati porta tutte/i noi a riflettere su come i giudizi, non sempre espressi con malignità, possano ferire e pregiudicare la vita di molte. Contribuendo a costruire gabbie all’interno delle quali le ragazze sopravvivono.
– “ma è pur sempre un’azienda che ha un fine mercantile.” Sì, un’azienda, buona che sia la sua campagna pubblicitaria, ha un fine mercantile, cioè vuole e deve vendere. Alla fine di questo bel video appare il marchio Vitasnella a ricordarci l’obbiettivo.
Una campagna pubblicitaria così avrebbe potuta essere prodotta da Istituzioni dalla parte delle cittadine/i, dal Ministero Pari Opportunità. Non è accaduto.
Considerando che le ricerche ci dicono che le /i giovani si identificano sempre più nel brand cioè nel marchio, ben vengano queste campagne pubblicitarie.
 Noi intanto continuiamo a vigilare e a lavorare perché i nostri corpi, i corpi delle donne e ancor più delle ragazze, si esprimano liberi.

La terra girò per avvicinarci (Eugenio Montejo)

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“La Terra girò per renderci più vicini,
girò sul suo asse e su di noi
finché finalmente
ci ricongiunse in questo sogno

Lascia che ti ami fino a quando girerà la terra
e gli astri inchinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.

Galleggiando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo destati così vicini.

Ho potuto vivere in un altro regno, in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.

Sono potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie di orizzonte
potevo indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
non sarebbero che alberi o pietre.

Non è stato ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio,
né giammai accadrà
quantunque l’eternità lanci i suoi dadi
a favore della mia fortuna.

Lascia che ti ami fino a quando la terra
graviterà al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo di esser vivi.
Non abbandonarmi fino a quando essa non si fermerà.”

Buon compleanno, amore mio.

Andare a parare

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Proviamo ad andare da qualche parte? (rubrica “Il graffio” del “Sole 24 ore” di domenica 21 dicembre 2014)

Nei nostri talk show ricorre una frase – trasversale, pervasiva – che ciascuno prima o poi immancabilmente dirà: “Così non si va da nessuna parte!”. Un tic linguistico nazionale, un tormentone collettivo che ha contagiato qualsiasi discorso, pubblico e privato. Si tratta di un cliché della comunicazione che, come molti altri (ad es. “Ci può stare”), ha un’origine inequivocabilmente romana – forse per una sovraesposizione della ‘romanità’ negli spot pubblicitari – e con ogni probabilità ‘bassa’, popolare.
Solo in un Paese così immobilista come il nostro, dove le rivoluzioni sono sempre gattopardesche, ognuno sta lì a recitare la propria insofferenza verso l’immobilità e la stasi. Tutti concordi nel volersi muovere. Ma per andare dove? Nessuno lo ricorda più, nessuno sente più il bisogno di dircelo.

Outrecuidant

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Si intitola così l’intervista a un cantante francese a me ignoto sulla rivista “Philosophie magazine” (num. 79, maggio 2014), che ieri mi è capitato di leggere mentre la catalogavo. Le risposte del cantautore, nell’insieme piuttosto spocchiose (outrecuidantes, per l’appunto), mi hanno però permesso di conoscere questo aforisma: 

 

« Je donne le meilleur de moi-même ; le résultat ne m’appartient pas. »

Scialoja e l’Urbe

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Scoprii Toti Scialoja nel corso di un convegno sul nonsense, qualche anno fa, e decisi di acquistare una raccolta di tutte le sue poesie. Mi piacque al punto che, per qualche tempo, progettai un articolo sulla riscrittura del bestiario di La Fontaine da parte di Scialoja; ma poi non ho avuto la concentrazione (la volontà?) di occuparmene.
Sul “Sole 24 Ore” di domenica 21 dicembre 2014 trovai questo suo componimento, datato 8 maggio 1981 e pubblicata nel volume collettivo Quale Roma? realizzato dal gruppo parlamentare Sinistra Indipendente. Scialoja non ripubblicò più questa poesia, che – pur nel linguaggio a lui congeniale – è una severa invettiva su Roma, sul gaddiano gnommero di connivenze e corruzioni che da decenni ne contraddistingue il governo laico e non solo (e ne abbiamo avute recenti prove).
Il testo è questo:

Ci tocca in sorte un’urbe
turpe per il suo carpe
diem corto e le sue turbe
con le torme di tarme
a tarlare le trombe
degli angeli e le tombe
perché sia morta l’arte
perché l’erba sia morchia
sotto quell’onda sorda
e lorda e cieca e certa
che a nessuno rimorda
tanta omertà se emerga
da una marea di merda.

Carolina Bubbico

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Mi rendo conto solo oggi pomeriggio di non aver mai dedicato un post a Carolina Bubbico.

Non che sia una cantante famosissima: è una jazzista leccese, poco più giovane di me, che ha esordito un paio di anni fa con l’album Controvento. Nove tracce che non superano gli aurei tre minuti e mezzo ciascuna, vivaci anche quando sono malinconiche, con testi che ruotano attorno al perno della relazione amorosa nelle sue sfumature (l’entusiasmo dell’inizio; la tenerezza; la riflessione di fronte ai paesaggi; il brivido del tradimento; la decisione di dimenticarsi).

Perché dedicarle un post? Perché avevo ascoltato alcuni suoi brani su YouTube, ma mi decisi ad acquistare il suo disco nel periodo iniziale della relazione con l’uomo che, da quasi quattro mesi, è mio marito. Era estate inoltrata, ma io sentivo tutto un fiorire primaverile di profumi e batticuori e aspettative, eppure una serenità che non avevo conosciuto mai. In questo senso la canzone che mi corrispose maggiormente non poté che essere il suo primo singolo, che nel disco compare come secondo pezzo: A me piacerebbe ridere. La ricerca, la richiesta, di leggerezza e complicità, di “cose bellissime e dolcissime”, accompagnata da un video vagamente surreale in cui la Bubbico guida un bizzarro pianoforte-batteria-contrabbasso per le strade di un paesino del Salento. 

Abbiamo cercato di inserire le sue canzoni, che abbiamo gradualmente scoperto e amato insieme, nella lista di pezzi che sono stati suonati durante la nostra festa di matrimonio, ma è stato possibile solo per la canzone che dà il titolo al disco, Controvento; ed è già stato tanto, pare, poiché il ‘nostro’ dj ci confessò che le nostre richieste musicali per la festa lo avevano indotto a studiare (e scaricare) tanta musica per lui nuova… 

Sapete che c’è? A me oggi piacerebbe ridere. Ecco qui: 

So stare da sola

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Ho mancato il mio tradizionale appuntamento di saluto a questo blog nella prima settimana del nuovo anno – una tradizione che mi porto dietro da quando il mio diario era cartaceo, fitto, pieno di minuzie che oggi troverei risibili, se avessi davvero il coraggio di ridere di me.
Dire che “sono successe tante cose” è certamente vero, ma non mi giustifica ai miei stessi occhi: perdo troppo tempo sui social network, a leggere boutades ampiamente dimenticabili che però mi fanno sorridere due minuti; troppo tempo a innervosirmi per incomprensioni trascurabili o mancanze di buona educazione cui avrei dovuto fare il callo da anni. La scrittura è la mia struttura, quello che mi ha tenuta in piedi per anni, formandomi e cambiandomi, facendomi distinguere, eccellere e sopravvivere: non posso dimenticarla ora che la gioia invade la mia vita. Certo, anche la gioia costa impegno… e forse è per questo che il mio corpo in questo gennaio mi ha chiesto tregua.
Scelgo di celebrare queste settimane di gioie intense, di fatica, di ripiegamento e, spero, di ritorno alla scrittura con una poesia di Nina Cassian, dalla raccolta C’è modo e modo di sparire (poesie 1945-2007), Adelphi.

Intimità
Posso stare da sola.
So stare da sola.

C’è un tacito accordo
fra le mie matite
e gli alberi là fuori,
tra la pioggia
e i miei capelli diafani.

Bolle il tè,
spazio mio dorato,
mia ombra pura e ardente…

Posso stare da sola.
So stare da sola.
Scrivo a lume di tè.

Commozione pura

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Mi ci sono voluti diversi ascolti e uno showcase al Medimex per imparare a gustare Così vicini (2014) di Cristina Donà: non avvertivo i cambi di ritmo, di tonalità, l’album mi sembrava composto da un unico pezzo suddiviso in nove.
E invece ieri ho prestato un’attenzione speciale a Perpendicolare, che la Donà, sul suo profilo Facebook, ha scritto come una canzone dedicata a suo figlio. Le strofe in punta di tasti del pianoforte, in punta di piedi come quando ci si sporge su una culla; poi l’ampiezza del ritornello, che mi ha fatto pensare a certi pezzi di Marco Frisina, imparati quando facevo parte del coro della parrocchia, in corrispondenza con la sacertà dichiarata dell’amore materno.

Mi sono commossa, improvvisamente. E la riascolto qui, con i lettori del mio blog.

 

È così che ti sento, perpendicolare al cuore.

Conficcato nella carne, verticale amore.
È così che ti sento, perpendicolare a me.
Avvitato nelle ossa, forte nel restare.

Sacro come una visione,
il tuo corpo è come luce che si dona.
Luce di ogni vocazione, torni tra le dita ancora.

È così che ti sento, perpendicolare al cuore.
Dedicato a questa carne, verticale amore.
È così che ti sento, forte nel restare.

Sacro come una visione,
il tuo corpo è come luce che si dona.
Luce di ogni vocazione,
sai di vita che si scopre ancora nuova.
Sacro come vita ora si dona.

Una nave in una foresta

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Forse questa canzone non è la migliore, anche se le hanno dato lo stesso titolo dell’intero disco (e dunque del tour, della cui tappa barese metto delle foto).
Ma Una nave in una foresta è un misto di nostalgia e propositività.
E poi è l’andamento del ritmo a renderla simile alle mie giornate: l’inizio sommesso, quasi borbottato; il crescendo martellante; l’esplosione dinamica del ritornello (che rende impossibile stare fermi); la conclusione che è come un ansito.

 

L'inizio del concerto, con l'esecuzione di "Una nave in una foresta"

L’inizio del concerto, con l’esecuzione di “Una nave in una foresta”.

Giochi di luci sul palco per "Il terzo Paradiso"

Giochi di luci sul palco per “Il terzo Paradiso”.

 

 

Cambiare

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Com’è cambiata la mia vita negli ultimi quaranta giorni?
Una serie di abitudini e questioni logistiche mi farebbero pensare che non sia poi cambiata molto: il quartiere, il lavoro, gli orari.
Altre abitudini sono cambiate: dormire insieme con un’altra persona non è come dormire accanto a un’altra persona. Probabilmente, se io stessa leggessi questa frase senza averla ancora vissuta (o dopo averla metabolizzata già da lunga pezza) direi che è banale; ma condividere la stanza con un’amica, per esempio durante un viaggio, non trasuda la stessa responsabilità. Responsabilità di cosa? Di tenere in piedi il rapporto. Di decidere insieme come affrontare la giornata al risveglio. Di raccontarsi, prima di spegnere la luce, e di spiegarsi, quando la si riaccende, srotolando la matassa delle necessità quotidiane. Di scrostare l’aura di perfezione che attribuiamo all’amato e che l’amato attribuisce a noi, senza perdere per questo l’affetto. Di regalare un po’ dello spazio che si era abituati a prendere — e si comincia a farlo dormendo. Ecco, quest’ultima è la responsabilità che mi è costata di più, all’inizio. Del mio tempo no, non sono mai stata gelosa, l’ho sempre donato a chiunque costituisse per me uno stimolo: amici o conoscenti, colleghi, professori, utenti del mio lavoro al pubblico. Ma abdicare la mia autonomia, lasciar invadere la mia sfera con gioia noncurante, non è stato né spontaneo né senza sforzo.
E questo, in un modo che non è ben chiaro a me per prima, è collegato a una consapevolezza nuova — e inaspettata, per me che ho sempre tenuto la serietà e l’orgoglio sopra ogni cosa —: la bellezza dello scoprirsi indifesi, la dolcezza dell’essere fragili.