Maternità – Rabindranath Tagore

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Questo 8 maggio è la mia prima Festa della Mamma da mamma: la festeggio così. 

“Da dove sono venuto? Dove mi hai trovato?”
domandò il bambino a sua madre.
Ed ella pianse e rise allo stesso tempo e stringendolo al petto gli rispose:
“Tu eri nascosto nel mio cuore bambino mio,
tu eri il Suo desiderio.
Tu eri nelle bambole della mia infanzia,
in tutte le mie speranze,
in tutti i miei amori, nella mia vita,
nella vita di mia madre
tu hai vissuto.
Lo Spirito immortale che presiede nella nostra casa
ti ha cullato nel Suo seno in ogni tempo,
e mentre contemplo il tuo viso, l’onda del mistero mi sommerge
perché tu che appartieni a tutti,
tu mi sei stato donato.
E per paura che tu fugga via
ti tengo stretto nel mio cuore.
Quale magia ha dunque affidato il tesoro
del mondo nelle mie esili braccia?”

Dizionario di coppia

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Forse questo blog ultimamente è troppo serio… per sdrammatizzare, ho pensato a questo (vecchio: è del 4 aprile 2015!) articolo di Vittorio Zucconi, apparso su “D” di Repubblica.

 

Superata anche quest’anno da settimane, senza che sia cambiato nulla, la Giornata della donna (se c’è bisogno di una giornata speciale, del resto, è sempre brutto segno) resta, per la confusa porzione maschile dell’umanità il mistero della comunicazione femminile. Cosa davvero intendono dire le donne, maestre del linguaggio ellittico, crittografato, allusivo? Cosa capiamo noi maschi, quando ci parlano e, occasionalmente, le ascoltiamo? L’Università della Pennsylvania, una di quelle col pedigree della Ivy League, dunque non una rivista da parrucchiere, ha tentato di costruire un dizionario semiserio per la traduzione dal “femminese” attraverso interviste, focus group, ricerche. Ecco dunque alcuni esempi della differenza fra “lei dice” e “lei intende davvero”.

“Abbiamo bisogno di…”(traduzione: voglio).
“Fai come vuoi” (la pagherai più tardi).
“Dobbiamo parlare” (mi devo lamentare).
“Non sono arrabbiata” (certo che lo sono, scemo).
“Sei molto virile” (puzzi di sudore e sei troppo peloso).
“Come sei premuroso stasera” (sempre al sesso, pensi).
“Un minuto e sono pronta” (tanto so che mi aspetti).
“Dobbiamo comunicare” (ed essere d’accordo con me).
“Non sto gridando” (grido solo perché è una cosa importante).
“No”(no).
“Sì” (no).
“Forse”(no).
“Sii romantico, spegni la luce” (ho una cellulite orrenda).
“Ho bisogno del mio spazio”(senza te in quello spazio).
“Pizza va benone” (accattone col braccino corto che sei).
“Esco con le mie amiche” (e passeremo la serata a ridere di te e dei tuoi amici maschi).
“Non voglio un ragazzo in questo momento” (non voglio te, come ragazzo).
“Ti sembro ingrassata?” (dimmi che sono bellissima)
“Ma no, non ho niente” (a parte te, che sei uno str…).
“Non ne voglio parlare” (non ho ancora tutte le prove contro di te).
“Non mi ascolti mai” (non mi ascolti mai).
“Questo vestito mi ingrassa?” (è un po’ che non litighiamo e ne ho voglia).
E infine l’immortale e universale: “Non comunichiamo abbastanza” (devi sempre darmi ragione).

Naturalmente, sulla scientificità di questo prontuario per la traduzione dal femminese, una lingua che trascende le solite barriere per essere applicabile al rapporto fra i sessi probabilmente dalla Lapponia al Sudafrica, dalle Ande al Giappone, non posso offrire alcuna garanzia. E’ invece un fatto dimostrato che per infinite ragioni, di natura come di cultura, sono le donne, e non gli uomini, ad avere messo a punto come forma di difesa dalla prepotenza altrui formule linguistiche complesse e ambigue, per dire senza dire, segnalare senza manifestare. E senza sollevare la collera, spesso tragicamente violenta, dell’interlocutore che tende a reagire in modo brutale a una comunicazione troppo diretta.
I maschi mentono spudoratamente. Il “Ti giuro, amore…”(segue balla), corrispettivo di coppia della formula politico-giornalistica “La verità è che….”, premessa e promessa sicura del contrario. “Da domani ti aiuto in casa…”, “Raccontami tutto della tua giornata…”, “Esco, con gli amici solo perché dobbiamo tirare su il morale a…”, “Preferirei restare a casa con te a guardare una soap”, e sono pateticamente trasparenti nella loro bugia. Le femmine, almeno leggendo il prontuario per la traduzione, aggirano, giocano di rimessa, fingono di lasciare agli interlocutori maschi il compito di capire ma sempre riservandosi il diritto di sostenere di non averlo mai detto, allo scopo di non incrinare la fragile psicologia maschile.
Provate ad applicare il dizionario con l’uomo o la donna della vostra vita e a misurarlo con la vostra esperienza. E’ quello che farò con mia moglie, magari per aggiungere un’altra voce alla lista della Pennsylvania University: “Ti è piaciuta questa puntata della rubrica, cara?”
“Molto carina” (traduzione: le solite cavolate di voi maschi che non capite un…).

Preghiera laica

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Per tutti coloro che si svendono per piacere agli altri. Per tutte le volte che l’ho fatto anche io (e forse lo rifarò).

Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.

Sylvia Plath, Diari

Femminismi

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Un giovane qualche giorno fa ha scritto sulla bacheca Facebook di un personaggio pubblico: “Voi donne dovreste imparare a essere meno femministe e noi uomini meno indecisi”.
D’accordo: il personaggio pubblico in questione è una (ultra)quarantenne rampante che scrive (a volte) con arguzia, ma che grazie alla Rete è assurta a trend setter (!), opinionista su cielo terra e ogni luogo – una che può offenderti come e quando vuole, ma se per ritorsione la cacci dal tuo locale ti sputtana su ogni sito internet su cui ha un profilo. La gentildonna ha scritto un post sulla festa di San Valentino il cui sunto è: “fate sentire donna la vostra donna, siate maschi, dio santo”.
D’accordo: il ragazzo in questione probabilmente avrà subito una delusione amorosa, magari a causa di una ragazza che ha ammantato di modernità e indipendenza una scelta egoistica e cinica.
Ma io purtroppo sono convinta che le piccole cose siano impregnate delle grandi: è per questo motivo, per esempio, che sono rimasta colpita da quest’analisi della canzone vincitrice di Sanremo 2016, Un giorno mi dirai dei peraltro incolori Stadio. E dunque mi chiedo: cos’ha fatto il femminismo per essere tanto vituperato? Sappiamo cosa vuol dire realmente essere “femministe”? Quante persone (donne incluse!) pensano che essere “femminista” equivalga a odiare gli uomini, a trattarli con disprezzo?
Come si dice in questo video dell’Huffington Post di qualche mese fa, essere una femminista sostanzialmente implica desiderare l’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi. Ossia:
– gestire in autonomia il proprio desiderio e scegliere liberamente la persona da amare;
– non essere mal giudicata se si sceglie di non avere figli, e al contempo non essere demansionata o licenziata se si sceglie di averne;
– poter votare;
– avere accesso a ogni grado di istruzione;
– essere pagata per un lavoro tanto quanto viene pagato un uomo per lo stesso lavoro;
– avere accesso a posti di governo e di responsabilità in generale.
Essere trattate come esseri umani e non come soprammobili.
Dunque, gentili esponenti del sesso maschile: è così atroce essere femministe? Non starete confondendo la spregiudicatezza, per non dire insensibilità, nei rapporti sentimentali (spregiudicatezza che da secoli impunemente praticate) con l’essere femministe? Oppure la vostra identità è così fragile, il vostro bisogno di conferme così smisurato da aver bisogno di incasellare le donne negli stereotipi che avete formulato, e da bollare con un “femminista” (quasi fosse un’offesa!) chi se ne distacca?
Dunque, gentili esponenti del sesso femminile: vi sembra così atroce essere ancora femministe? Davvero cento anni di lotte (fatte anche per noi, perché potessimo parlare in pubblico e sentirci in assoluto diritto di essere ascoltate) vi sono sfilate davanti in un soffio alla sola idea che sposarsi ed essere sottomesse siano gli unici valori? Davvero non vi rendete conto che la biologia (la Natura, se vi hanno insegnato a dire così) non ha niente a che vedere coi ruoli nella società e nella famiglia, niente a che spartire con gli atteggiamenti e la consapevolezza di sé?

Il maschilismo è come l’emofilia: attacca gli uomini ma è trasmessa dalle donne, che ne sono portatrici sane (Shirin Ebadi).

Domandare

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L’arte d’interrogare non è facile come si pensa. È più arte da maestri che da discepoli; bisogna avere già imparato molte cose per saper domandare ciò che non si sa.

(Jean-Jacques Rousseau, La nouvelle Héloïse)

 

“Chi vuol capire prima deve riuscire a domandare”.

Italianismi

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C’è un italianissimo filo di continuità tra la copertura delle statue per il passaggio di Rouhani e l’indizione del Family Day: il bigottismo. Sostanzialmente il Family Day è una manifestazione omofoba mascherata da ritorno alla tradizione e alla natura (su questo si è espresso con sensata pacatezza Giulio Mozzi qui).

 

gaetanosalvemini

Buon 2016

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Eugenio Montale, Il primo gennaio (da Satura)

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.